
16 febbraio 2026 h 16.00
Cineplex Pontedera (PI) – via Tosco Romagnola, 235B
“La Storia siamo noi“
// Il Mago del Cremlino – Le origini di Putin // Il dono più prezioso (la Memoria) // Campo di battaglia(la prima guerra mondiale) // La zona d’interesse (la penetrazione del nazismo nelle coscienze) // Napoleon (1769 – 1821) // Oppenheimer (l’inizio dell’era nucleare) // Casablanca (amore e guerra) // Rapito (il caso Mortara) // “Buongiorno, notte” e “Esterno notte: prima parte” (stesso commento; il caso Moro) // “Esterno notte: seconda parte” (il caso Moro) // Belfast (il conflitto nordirlandese) // L’ombra del giorno (fascismo e persecuzione degli ebrei) // Illusioni perdute (la società francese negli anni della Restaurazione) // Est Dittatura Last Minute (i paesi dell’Est negli anni dell’Unione Sovietica) // 1917 (la prima guerra mondiale) // Jojo Rabbit (nazismo) // Herzog incontra Gorbaciov (la fine dell’Unione Sovietica) // Hammamet (la fine di Craxi) // J’accuse (il caso Dreyfus) // La Favorita (i guai della Gran Bretagna al tempo della regina Anna, 1708) // Cold War (la guerra fredda) //
“Il mago del Cremlino – Le origini di Putin”, regia di Olivier Assayas.
En français: “Le Mage du Kremlin”, réalisé par Olivier Assayas; sur www.giovanniguarino.org
Continuando il discorso accennato nel commento precedente (“Herzog incontra Gorbaciov”), si può dire che questo film di Olivier Assayas, tratto da un romanzo di Giuliano Da Empoli, aiuta a comprendere la personalità di Vladimir Vladimirovič Putin molto di più di qualunque asettico documentario che si limiti a mettere in fila in ordine cronologico le vicende della vita che lo hanno portato a conquistare il potere assoluto dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica.
Werner Herzog dice che i film, quando sono arte, trasmettono la verità poetica o estatica, un livello più profondo di verità rispetto alla pretesa di rappresentare la realtà così com’è, ammesso e non concesso (direbbe Totò) che ciò sia possibile.
Dice Herzog: “Il cinema, al pari della poesia, è intrinsecamente capace di manifestare una serie di dimensioni molto più profonde rispetto al livello della cosiddetta verità che si trova nel cinéma vérité e nella realtà stessa. Sono proprio queste dimensioni a costituire per un regista le zone più fertili. Spero di essere uno dei becchini del cinéma vérité. Per fortuna sembrano esserci sempre più registi – e spettatori – che capiscono ciò di cui parlo.”
Werner Herzog – Incontri alla fine del mondo – ed. Minimum fax – pag.327.
La verità poetica di cui parla Herzog, trasmessa dal cinema e dalla letteratura se sono arte, ci consente di entrare in relazione con i personaggi, più veri delle persone reali che rappresentano.
Il modo di camminare di Jude Law, la piega del labbro inferiore e lo sguardo deciso, leggermente ironico, sono Putin come lo abbiamo conosciuto senza conoscerlo di persona, attraverso i numerosi video, le rare interviste e le decisioni che ha preso in momenti cruciali, di cui abbiamo letto e sentito parlare in televisione.
È il Putin che ha imparato fin da piccolo: per vincere bisogna essere spietati, puntare a distruggere l’avversario nel momento in cui è più debole, perché quello è il momento in cui è più pericoloso.
Ce lo racconta nella sua autobiografia del 2000, interpretata da Stefano Massini nel programma Piazza Pulita di La7: «Ero un bambino. Ero cresciuto in una casa nella quale c’erano un sacco di topi. In mezzo a quei mobili fatiscenti, le pareti che cadevano a pezzi, c’eravamo noi e un sacco di topi. Certo, sì, c’erano giornate in cui i topi mi facevano ridere, e li fissavo scorrazzare per le stanze. C’erano altri giorni in cui i topi mi facevano schifo, come quel giorno che all’improvviso mi trovai davanti un grosso ratto, più grosso degli altri. Presi un bastone e iniziai a seguirlo per le stanze, per le scale, nei pianerottoli, nei corridoi. Il ratto mi sfuggiva sempre, ma io sferravo i miei colpi e una volta lo colpii sulla coda, una volta su una zampa, fino a quando improvvisamente riuscii a stringere il ratto in un angolo. In un angolo fra le pareti, e dentro di me dissi: “Ecco, te l’ho fatta. Adesso non soltanto sei debole, adesso non soltanto sei colpito, adesso non soltanto sanguini, ma sei nell’angolo e io ti finirò”. Alzai il bastone per dargli il colpo definitivo, ma in quel momento il ratto ebbe come una luce strana negli occhi e … e saltò. Inaspettatamente, nel modo più inatteso e più violento saltò. Mi venne così sul viso e dal viso passò dietro alle mie spalle. Mi tagliò qua, sulla faccia. E si salvò scappando via. Ero poco più di un bambino, ma quel giorno quel grosso topo, quel ratto in quella casa fatiscente di Leningrado mi servì una grandissima lezione, una lezione che da allora non ho mai dimenticato: che quando qualcuno sembra vinto, quando qualcuno ti sembra debole, nell’angolo, e stai per alzare il bastone e dargli il colpo definitivo, è in quel momento che nell’angolo lui può sferrare l’attacco vero, e risultare più forte che mai».
Massini: «Queste non sono parole mie. Queste sono parole di Vladimir Putin, nella sua biografia, nell’anno 2000: “Quando qualcuno ti sembra debole, battuto, nell’angolo, è lì che può dare il meglio di sé e sferrare l’attacco”».
Grazie Stefano Massini (da La7 – Piazza Pulita).
Questa è una storia di uomini e topi (“Of Mice and Men”, 1937, John Steimbeck).
Nonostante gli splendori delle sale, i camerieri con i vassoi dorati, i militari sull’attenti o obbligati a muoversi in modo innaturale (le povere gambe costrette al passo dell’oca!): questa è una storia di uomini e topi, come la maggior parte delle storie umane.
Putin cammina con passo deciso sul tappeto rosso al Cremlino quando viene eletto Presidente della Federazione Russa; cammina con atteggiamento rilassato sul tappeto rosso steso da Trump all’aeroporto in Alaska per rabbonirlo; è seduto a un capo di un tavolo lunghissimo per ricevere Macron nel 2022, dopo il rifiuto del presidente francese di sottoporsi a un tampone in Russia, che avrebbe comportato il pericolo di fornire ai russi il proprio materiale genetico; questo episodio fa capire il grado di fiducia reciproca oggi esistente a livello di capi di stato, nonostante i sorrisi finti (che cosa potrebbero fare gli scienziati russi con il DNA di Macron? Potrebbero farlo risultare sulla scena di un delitto?).
Putin festeggia i riti della Pasqua nella cattedrale ortodossa di Mosca, dichiara le sue pretese di proprietà dell’Ucraina (come Trump della Groenlandia e del Canada) senza tenere in alcun conto la volontà degli ucraini, esattamente come Trump e Netanyahu nei confronti dei palestinesi di Gaza, come i coloni israeliani nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, come Xi Jinping nei confronti dei taiwanesi, come i terroristi di Hamas nei confronti degli israeliani, il cui stato, costruito con immensi sacrifici, dichiarano di voler distruggere.
Nel mondo non si tengono in alcun conto i popoli e i valori proclamati nella carta delle Nazioni Unite e nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo.
Solo contano i rapporti di forza tra uomini e topi.
Ci bastano i video per conoscere Putin? No, risponde Herzog. Ci vuole l’invenzione poetica.
Il film è tratto dal romanzo di Giuliano Da Empoli “Il mago del Cremlino” (Gallimard fr. e Mondadori it.).
Giuliano Da Empoli scrive saggi sulla costruzione del potere nelle società moderne, negli stati democratici e nelle autocrazie: la forza agente è la stessa; la differenza è la mancanza, nelle seconde, del controllo democratico presente nelle prime in misure diverse.
“Il mago del Cremlino” è un romanzo, anche se ispirato da ambienti e persone reali: Vladimir Putin e i suoi consiglieri o spin doctor.
Si chiamano così: spin doctor; nella mafia si chiamano consigliori, come il personaggio interpretato nel “Padrino” dal grande Robert Duvall, morto in questi giorni (riposi in pace!).
Il consigliori di un capo mafioso dev’essere un buon avvocato; il consigliori di un politico dev’essere esperto di comunicazione, pronto a suggerire l’intervento più adatto per conservare un’immagine di successo in ogni occasione.
Guai a farsi vedere perdenti o a perdonare l’avversario nel momento in cui sembra vinto. È quello, secondo il prof. Topo, il momento in cui bisogna sferrare l’attacco più feroce e puntare a distruggerlo.
Questi esperti a volte costruiscono la figura politica dal nulla.
È ciò che credeva l’oligarca proprietario di una quota della televisione di stato che scelse una figura di secondo o terzo livello nel momento in cui il vecchio Eltsin, continuamente ubriaco, non era più in grado di sembrare il capo.
L’oligarca scelse Putin, che aveva lavorato nel KGB, poi divenuto FSB senza cambiare i metodi e il personale, e gli fece conoscere il collaboratore più intelligente: Vadim Baranov, un giovane fornito di varie esperienze nel campo artistico (teatrale) e televisivo.
Questo personaggio del romanzo e del film è liberamente ispirato a Vladislav Surkov, spin doctor di Putin, e ad altri che gli furono accanto dai primi anni della sua affermazione politica. Nel libro è ben sviluppato, si parla della sua infanzia, della sua famiglia.
Nel film c’è solo un accenno alla sua storia familiare, cosicché non si capisce perché sia diverso dagli altri.
Putin è favorevolmente impressionato dalla lucidità del giovane Baranov, dalla particolarità delle sue analisi. Anche qui andiamo a fiducia, tranne una, effettivamente interessante.
Baranov: «Capii che Gorbaciov avrebbe portato alla dissoluzione l’impero sovietico quando, nel corso di un discorso ripreso dalla televisione, si fece portare un bicchiere di latte e non un bicchiere di vodka. Pensai che i russi non si sarebbero messi in empatia con uno che beve latte al posto della vodka». Qui si vedono fotogrammi di un video in cui il primo Gorbaciov parla di perestroika, è ripreso dalla televisione e gli portano un bicchiere di latte.
Anche questi segni contano nel discorso politico di un leader.
Che effetto hanno avuto i gesti atletici che Putin compiva in continuazione?
Sono stati importanti in una società che dopo Stalin aveva visto capi sempre più vecchi e cadaveri incartapecoriti fingere di essere in condizioni di governare.
L’apparato burocratico che reggeva le sorti dell’Unione Sovietica cercò di porre rimedio con Gorbaciov, ma quel bicchiere di latte non andava in quel senso. Non fu il bicchiere di latte la causa del crollo dei consensi per Gorbaciov, eppure fa riflettere che tra un disordinato ubriacone e un pacato ragionatore, il popolo russo, quando ebbe per la prima volta la possibilità di esprimersi, scelse il primo e abbandonò il secondo al suo triste destino (qualche conferenza all’estero, la partecipazione al festival di Sanremo di Fabio Fazio nel 1999, il nulla in patria).
Nel passaggio dall’apparato creato da Stalin – che governava di fatto dietro ai Krusciov, ai Breznev e compagnia cantante – alla Federazione Russa, non era cambiato molto: il potere era solo passato di mano, era finito nelle mani degli oligarchi, in particolare di quelli che possedevano i mezzi di comunicazione.
Quando Eltsin non fu più in grado di svolgere il suo ruolo di fantoccio, gli oligarchi scelsero Putin.
Ma Vladimir Putin non aveva la vocazione a fare il fantoccio e dimostrò la sua estrema determinazione a conquistare, poi conservare, il potere con ogni mezzo, non escluso il delitto; ultime notizie sull’eliminazione di Navalny: dimostrata la presenza di un veleno rarissimo nei resti del suo corpo.
Alla sceneggiatura del film ha contribuito Emmanuel Carrère, che conosce bene il mondo degli oligarchi russi e ha approfondito quell’ambiente e quei personaggi (“Limonov”).
Il film inizia con un intellettuale francese che si dichiara amante, più che dei vivi, dei morti che riposano nelle biblioteche e si è recato a Mosca alla ricerca, allo scopo di riedizione, di un romanzo distopico (“Noi”) scritto nel 1922 da Evgenij Zamjatin, un rivoluzionario esiliato dalle autorità zariste, rientrato a Mosca nel 1918, in seguito deluso dalla piega stalinista che aveva preso la Rivoluzione d’ottobre.
Nel suo romanzo distopico Zamjatin mise tutto ciò che temeva, non solo della società zarista che aveva sperimentato e della società sovietica che si stava costruendo, ma anche di una società futura, del “Sol dell’avvenire” immaginato dai compagni: una società basata sulla concordia assoluta, organizzata sulla base di sistemi di numeri ordinati e precisi (quelli che ora chiamiamo algoritmi).
Zamjatin dimostrò una grande capacità di premonizione: nel 1922 parla di noi, della società in cui viviamo e di quella che sarà prodotta dai nostri algoritmi.
Nella finzione letteraria e cinematografica il narratore vuole recuperare il romanzo “Noi” per rieditarlo e Baranov, con le sue competenze e conoscenze, potrebbe aiutarlo. Ma dov’è Vadim Baranov?
Si sa solo che ha rinunciato agli incarichi e si è ritirato a vita privata.
Con questo punto interrogativo il romanzo e il film entrano nel genere noir, dato che nel posto e nel tempo in cui la trama si svolge la sparizione di un personaggio di primo piano nasconde un mistero.
Il thriller si risolve facilmente: l’aspirante editore trova Baranov e tra i due si svolge una conversazione avente per oggetto gli ultimi vent’anni della Russia, dal caos successivo al crollo dell’Unione Sovietica all’affermazione dello zar.
In sostanza che cosa è accaduto? Si è portato a compimento il tentativo di costruire una forma di democrazia (cosiddetta democrazia sovrana) alternativa alla democrazia liberale che abbiamo costruito nel mondo occidentale.
La sua concezione, partendo da premesse diverse, giunge alle stesse conclusioni della destra Maga americana di Steve Bannon: il presidente sovrano carismatico, sostanzialmente a vita, nessuna separazione dei i poteri: legislativo e giudiziario concentrati nell’esecutivo.
È la forma di stato che si è avviata con Trump in America e potrebbe affermarsi definitivamente con l’elezione alla presidenza dell’attuale vicepresidente Vance, un personaggio politico costruito a tavolino dagli spin doctor che muovono i fili.
Si vedrà se la più antica democrazia moderna ha in sé gli anticorpi necessari per opporsi a questo progetto.
In Russia, con strano parallelismo, si è attuato (finora).
Il mago del Cremlino era colui che aveva suggerito a Putin le strategie vincenti e le vie di fuga dalle situazioni più difficili: la seconda guerra cecena; l’affondamento del sottomarino nucleare (con la morte di tutti i membri dell’equipaggio, le accuse delle famiglie dei marinai per il ritardo dei soccorsi); la crisi del teatro Dubrovka (ostaggi e terroristi uccisi nell’irruzione delle forze speciali); l’annessione della Crimea (2014); l’occupazione russa del Donbass.
La cerimonia di apertura dei giochi olimpici invernali di Soči fu un grande successo mediatico del regime.
Nel romanzo e nel film dietro agli avvenimenti e alle decisioni più importanti c’è Baranov; nei momenti di crisi incontrava lo zar di notte e decideva insieme a lui.
Delitti, ricatti, tradimenti, arresti, eliminazione di oligarchi.
All’inizio erano tanti, erano spuntati come funghi nei settori della vita economica che fino ad allora erano stati esclusivi dello stato. Spuntavano e si facevano la guerra tra di loro.
Oligarchi anche di medio calibro cominciavano a circondarsi di guardie private che costituivano piccoli eserciti, con esplosioni continue di automobili. Piccole guerre civili si moltiplicavano.
Baranov racconta quel periodo di caos che lo indusse ad accettare la proposta di Putin di collaborare alla ricostruzione dell’ordine.
Nei primi anni novanta la società orizzontale trasmetteva una grande energia, la voglia di cambiamento dopo gli anni grigi del regime sovietico.
Il potere verticale si era dissolto, era finito nelle mani di un ubriacone manovrato dagli oligarchi.
Il popolo russo era abituato alla miseria, alle difficili condizioni di vita. Era abituato anche alla mancanza della libertà, anzi vedeva con diffidenza, con repulsione, paura, il comportamento dei giovani tatuati che scoprivano il punk con trent’anni di ritardo. La società russa aveva paura della mancanza di stabilità.
Vladimir Putin, per attitudine personale e con la guida dei consiglieri, offrì la stabilità, la guida, il potere verticale che la società richiedeva, pescando nell’impero sovietico e nell’impero che lo aveva preceduto: non a caso lo chiamano lo zar.
Grazie alla interpretazione di Jude Law, il film, un thriller incompiuto, risolto troppo presto, comunica la verità estatica di cui parlava Herzog.
“Il mago del Cremlino”, romanzo e film, non tocca la corda dell’emozione.
Il personaggio principale vuole il potere e ha le idee chiare su come farlo durare il più a lungo possibile, con tutti i mezzi, anche oltre la vita. In una conversazione captata con Xi Jinping spiega che, con i progressi nella biotecnologia, gli organi umani potrebbero essere sostituiti indefinitamente, permettendo di ringiovanire e prolungando la vita anche oltre 150 anni.
Abbiamo capito di cosa ha paura.
Ha paura della morte, come tanti, quasi tutti; forse ha ancora paura dei topi e le due paure sono collegate. Da quella vecchia casa fatiscente, con le pareti che cadevano a pezzi, al povero ragazzo è rimasta la paura e cerca di esorcizzarla con il potere. Quando gli sembra di rischiare di perderlo, quando ha paura di perderlo, diventa feroce.
