
21 gennaio 2026 h 17.15
Cinema Fiamma Firenze – via Antonio Pacinotti, 13
Animazione
// Il dono più prezioso // Lightyear: la vera storia di Buzz // Il ragazzo e l’airone // Penguin Highway // Il Grinch // Mirai // L’isola dei cani //
“La Storia siamo noi“
// Il dono più prezioso (la Memoria) // Campo di battaglia(la prima guerra mondiale) // La zona d’interesse (la penetrazione del nazismo nelle coscienze) // Napoleon (1769 – 1821) // Oppenheimer (l’inizio dell’era nucleare) // Casablanca (amore e guerra) // Rapito (il caso Mortara) // “Buongiorno, notte” e “Esterno notte: prima parte” (stesso commento; il caso Moro) // “Esterno notte: seconda parte” (il caso Moro) // Belfast (il conflitto nordirlandese) // L’ombra del giorno (fascismo e persecuzione degli ebrei) // Illusioni perdute (la società francese negli anni della Restaurazione) // Est Dittatura Last Minute (i paesi dell’Est negli anni dell’Unione Sovietica) // 1917 (la prima guerra mondiale) // Jojo Rabbit (nazismo) // Herzog incontra Gorbaciov (la fine dell’Unione Sovietica) // Hammamet (la fine di Craxi) // J’accuse (il caso Dreyfus) // La Favorita (i guai della Gran Bretagna al tempo della regina Anna, 1708) // Cold War (la guerra fredda) //
“Il dono più prezioso”, regia di Michel Hazanavicius.
En français “La Plus Précieuse Des Marchandises”, réalisé par Michel Hazanavicius; sur www.giovanniguarino.org
È un film di animazione. Racconta una favola di quando i mostri delle favole esistevano per davvero e trascinavano dentro carri bestiame uomini, donne, adulti, vecchi, bambini verso i campi di sterminio.
I treni attraversavano foreste abitate da boscaioli che conducevano una vita stentata e conoscevano il contenuto di quei carri bestiame che ogni tanto rompevano con il loro fracasso i quieti rumori dei boschi.
Qualcuno aveva ficcato nel cervello dei boscaioli questa convinzione: la merce dei carri bestiame è gente che ha tutte le colpe, ha ucciso Dio, è senza cuore, merita di essere sterminata, tutta, dal primo all’ultimo, eliminata dalla faccia della Terra (definizione originaria di genocidio, prima che questa parola fosse usata come sinonimo di strage).
È facile ficcare un’idea fissa nel cervello della gente. Basta avere il monopolio delle informazioni o ripetere in continuazione una narrazione unica o almeno prevalente sulle altre, condivisa da molti.
Ripetere, ripetere, ripetere, sfruttando un meccanismo psicologico elementare: la gente ama essere d’accordo con la maggioranza, ritiene pericoloso far funzionare il proprio cervello in maniera autonoma.
Succede anche ora, figuriamoci nei tempi delle favole, nelle epoche dei mostri che perseguitavano chi faceva prevalere il proprio ragionamento personale sul parere della maggioranza.
In altro ambito, in una situazione completamente diversa, c’è stato chi affermava: «Meglio avere torto dentro al partito che ragione fuori del partito».
Proprio così: «Meglio avere torto dentro al partito – cioè seguendo l’opinione della maggioranza e dei capi che ne sono espressione – che ragione fuori del partito – cioè in base al proprio modo di ragionare e alle proprie esperienze».
La conseguenza fu che scrittori autonomi, come Elio Vittorini e Ignazio Silone, e uno dei fondatori della CGIL, Giuseppe Di Vittorio, furono considerati corpi estranei perché avevano osato affermare: l’Unione Sovietica ha tradito la democrazia e la classe operaia con l’invasione dell’Ungheria (1956) e con l’uccisione di Imre Nagy.
La maggioranza del partito, invece, con il segretario Palmiro Togliatti, aveva appoggiato l’invasione dell’Ungheria e l’impiccagione di Nagy dopo un processo farsa.
Nella favola “Il dono più prezioso”, “La Plus Précieuse Des Marchandises”, tratta da un racconto di Jean-Claude Grumberg, siamo in un’altra epoca, ma i mostri di tutte le epoche e di tutte le situazioni si assomigliano tutti.
Torniamo al film.
Il boscaiolo e la moglie hanno perso un figlio: «Una bocca in meno da sfamare», dice il marito. La povera boscaiola soffre. I due sono avanti con l’età. Dovrà dunque morire senza avere vissuto la gioia di vedere crescere un bambino?
Tra la merce portata allo sterminio, stretta nei carri bestiame, c’è un uomo con la moglie e due bambine piccole, gemelle.
L’uomo sa che non potranno salvarsi, che moriranno tutti (bastava avere letto mein kampf … un titolo che sembra uno sputo).
In un momento di disperazione, per dare una possibilità di salvezza a una delle figlie, vedendo attraverso una fessura la boscaiola vicino ai binari, il treno rallenta, il poveruomo lancia uno dei due fagottini nella neve.
La boscaiola trova la bambina, la porta a casa.
Il marito capisce da dove viene quel fagottino; non vuole accettarlo. La bambina viene dai carri bestiame che portano i “senza cuore” verso lo sterminio. Il boscaiolo non vuole salvare una bambina “senza cuore”.
Questa è la parte più toccante del film. L’uomo non accetta la realtà che contraddice le sue convinzioni e si comporta in modo crudele con la moglie, che non cede.
Quella fede è stata ficcata in fondo al suo cervello con la forza che viene dall’essere tutti d’accordo.
Il boscaiolo non vuole vedere una “senzacuore”. Dice alla donna «Te ne pentirai» e la costringe a dormire, insieme alla bambina, in un capanno accanto alla casa.
Quando l’uomo rientra dal lavoro trova tutto pronto, il camino acceso; la donna va nel capanno con la bambina; l’uomo mangia e dorme da solo.
La povera boscaiola scuce un maglione per ricavarne la lana, avvolge il filo in un gomitolo e lavora a un maglioncino per la bambina.
Rientrando il boscaiolo trova il lavoro iniziato, si arrabbia, va nel capanno, urla: «Non vedi che questa bambina è senza cuore?» e appoggia la sua grossa mano sul petto della bambina.
Nella mano sente il cuore pulsante.
Cambia espressione. Ha confrontato il convincimento profondo, la fede, con la realtà.
Da quel momento il boscaiolo si trasforma. Si ferma mentre lavora e riflette sul battito che ha sentito sulla sua mano. Dice alla moglie di tornare in casa. Guarda con tenerezza il quadretto della bambina che gioca col cane. Ride ai suoi goffi tentativi di mettersi in piedi per ricadere subito dopo seduta.
Il boscaiolo si addolcisce, si rasserena, interrompe il lavoro per tagliare un ramoscello che può diventare un giocattolo da portare in dono alla bambina per farla ridere. L’amore è entrato anche dentro di lui.
Sono scene di una dolcezza infinita, che emozionano.
Purtroppo la storia non è finita.
Se finisse così, con il boscaiolo felice di crescere la bambina come una figlia, insieme alla moglie, finalmente serena, sarebbe veramente una favola, ma non lo è.
Un passo indietro.
In sala: adulti, vecchi, solo due bambini.
Una bella ragazza li ha portati con sé.
Con i suoi due bambini piccoli mi ha preceduto nella breve fila alla cassa. Ha i capelli corti, lisci, neri, una ciocca verde. Anche i due bambini hanno una ciocca, uno rossa, l’altro verde. Probabilmente dal parrucchiere hanno chiesto di tingere una ciocca di capelli come ha fatto la mamma e li hanno accontentati.
Alla cassa l’hanno avvertita: sa signora che il film è vietato ai minori di dodici anni?
La signora lo sa. I bambini hanno certamente meno di dodici anni, ma sono accompagnati e, giustamente, nessuno ha trovato da ridire.
Mi sono complimentato con lei, mi è venuto spontaneo e credo le abbia fatto piacere: mi ha ringraziato con un sorriso.
È bello che una donna abbia deciso di portare i suoi bambini a vedere questo film nei giorni in cui si cerca di rinfocolare, nel senso proprio di tenere accesa, la Memoria, come si fa nel camino, aggiungendo ogni tanto un pezzetto di legno in modo che il fuoco non si spenga. Non vogliamo tenere accesi ricordi qualsiasi, ma la Memoria, a cui è dedicato un giorno ogni anno, ma noi vogliamo che rimanga accesa anche nei giorni seguenti, anche tra le polemiche quotidiane e le notizie degli avvenimenti drammatici che si accavallano sugli schermi: le stragi di migliaia, decine di migliaia, che continuano ad accadere. Ma quello fu il tentativo, teorizzato in precedenza, di cancellare dalla faccia della terra una intera etnia (anche zingari, omosessuali, malati mentali) e fu portato a compimento in modo grossolano ma efficace su sei milioni di ebrei.
Con una conclusione diversa della seconda guerra mondiale il genocidio sarebbe stato condotto a termine, completato almeno in due grandi nazioni: Germania e Italia.
In sala la signora con i bambini si è seduta nelle poltrone davanti alla mia, così ho potuto dare un’occhiata, ogni tanto, al quadretto che mi rasserenava.
I bambini mi sono sembrati interessati, attenti.
Verso la fine del film si vede qualche scena forte: i cadaveri dei prigionieri nei lager dopo la liberazione e nel ricordo di uno dei deportati, il povero padre che aveva dovuto abbandonare la figlia nella neve, rimasto solo.
Sono disegni: è un film di animazione. Non voglio dire che i disegni siano di per sé meno sconvolgenti dei corpi di attori che fingono di essere morti o dei veri morti ripresi nei sacchi dell’immondizia sui marciapiedi di Teheran. Forse lo sono di più, perché i morti veri sono diventati un’abitudine (quanti ne vediamo e ne vedono i bambini, di sfuggita, in televisione?).
I disegni ti fanno concentrare l’attenzione e ricostruire la realtà nel tuo cervello.
Capisco i membri della commissione che doveva decidere per una massa indifferenziata di bambini possibili spettatori. Hanno visto certe immagini e certe scene e hanno deciso: proteggiamoli con il divieto ai minori di dodici anni.
C’è un problema di preparazione.
Ho notato che la mamma ogni tanto si piegava sui bambini e diceva qualcosa tenendo disteso un braccio protettivo. Forse spiegava o rispondeva a domande. Anche educati, ho pensato: gli ha insegnato che al cinema se si vuole dire qualcosa si deve sussurrare.
Non solo alla fine, per tutto il film la morte è fortemente presente. In alcune scene c’è l’amore. Il resto è morte.
Alcuni cacciatori, compagni di lavoro del boscaiolo, bussano alla sua porta perché hanno capito che la moglie ha trovato nella neve una bambina caduta dal treno dei deportati e l’ha portata a casa, l’ha accolta come un dono di Dio.
Hanno notato la dolcezza nuova del loro amico, hanno notato che esita a brindare alla morte dei “senza cuore” e ritaglia rametti per portarli a casa.
Hanno capito che la bambina è caduta da un carro bestiame e, secondo loro, dev’essere eliminata.
In questo punto, in particolare, si cancella una menzogna che fu ripetuta più volte dopo la fine della tragedia: la gente non sapeva.
Non è vero: la gente sapeva, anche gli italiani che si macchiarono di complicità con le bestie naziste sapevano.
I cacciatori vogliono prendere la bambina («Ci pensiamo noi»).
Dopo avere finto di accettare la richiesta, il boscaiolo lancia le sue accette e spacca il petto di due cacciatori, prende il fucile e spara ma viene ucciso. La moglie fa in tempo a fuggire con la bambina ed è salvata dall’uomo che vive nascosto perché ha combattuto nell’ultima guerra e ha il viso sfregiato. Quell’uomo dal volto martoriato le ha consentito di nutrire la bambina con il latte della capretta quando il marito non voleva accettarla.
La scena dell’assalto, delle accette che si conficcano nel petto, della sparatoria è forte.
Capisco la commissione che ha deciso per il divieto ai minori di dodici anni, a meno che una mamma intelligente li abbia condotti a vedere un film di animazione diverso dagli altri. Alla fine del film i bambini non mi sono sembrati sconvolti o impressionati da ciò che hanno visto e, comunque, non si può farli vivere in una bolla.
È questione di preparazione.
Michel Hazanavicius è un regista interessante, sempre pronto a sperimentare.
Nel 2011 si buttò in un’impresa che poteva sembrare disperata: un film muto in bianco e nero, bellissimo (“The Artist”); ebbe grande successo e molti premi internazionali, tra i quali l’Oscar.
Poi fece la biografia di Jean-Luc Godard, regista geniale e uomo difficile (“Il mio Godard”, originale: “Le redoutable”), con uno straordinario Louis Garrel, su un testo della compagna di Godard (in un rapporto difficile): Anne Wiazemsky.
All’attivo del regista c’è anche un horror comico: “Zombie contro zombie”: i veri morti viventi entrano sul set di un film sui morti viventi.
Con “Il dono più prezioso”, “La Plus Précieuse Des Marchandises”, Hazanavicius si è cimentato con l’animazione.
Mi è sembrato un modo antico di fare animazione: disegni semplici, onesti, immagini ferme che si animano, come si faceva una volta.
Nessuna esagerazione o pretesa di naturalismo. Lo sfondo immerso nella nebbia, i personaggi in primo piano, a figura intera, dettagli. Nel pieno dell’azione più violenta l’immagine si ferma per trasmettere la drammaticità del momento. La velocità del treno è resa con movimenti dell’aria vicino ai binari. Le immagini serene: l’interno della casa con la legna accesa nel camino – l’unica cosa che non manca a un boscaiolo – in cui l’uomo che ha deciso di tenere fede alle sue paure, ai suoi pregiudizi, si arrovella e piano piano la sua compagna lo porta a maturare. Nei nostri occhi e nel nostro cervello le immagini diventano vere.
Il film vuole ricordarci la Shoah, a modo suo, con i suoi mezzi.
La Memoria della Shoah non è solo un giorno in cui commemoriamo e non è un regalo fatto agli ebrei per risarcirli della crudeltà e dell’indifferenza che anche noi italiani abbiamo dimostrato l’altro ieri.
C’è chi rilancia con soddisfazione la parola genocidio in faccia agli ebrei, come se eventi molto diversi per numeri e per qualità fossero paragonabili.
La rilancia per dire: anche i discendenti delle vittime di allora sono colpevoli, dunque siamo tutti colpevoli; ci avete fatti sentire in colpa per ciò che hanno commesso i nostri nonni e ora noi vi ributtiamo addosso la parola, quella parola, la stessa che avete usato contro i nostri nonni. Avete detto genocidio, e noi vi accusiamo di avere commesso un genocidio. Per questo sono grato a Paolo Mieli e lo stimo ancora più di prima. Anch’io non uso mai questa parola in associazione con altre stragi, molto diverse per numeri e qualità.
Un’altra persona che stimo, Massimo Chierici, su facebook ha scritto che un suo patrigno aveva sperimentato i lager nazisti e, tornato a casa, era diventato “un pezzo di merda algido e anaffettivo”.
Racconta che era uno sempre freddo e che una volta sola lo aveva visto piangere come una fontana: quando visitarono Auschwitz.
Secondo me aveva trovato un modo per resistere alla sopravvivenza in posti dove tutti cercavano di dimenticare. L’alternativa sarebbe stata il suicidio.
Dopo quell’esperienza, dopo avere vissuto una situazione senza speranza, qualcuno sarà riuscito a non diventare “un pezzo di merda algido e anaffettivo”, ma se qualcun altro lo è diventato, cerchiamo di fare ricorso alle nostre capacità di comprensione e di immedesimazione.
Il problema quasi non c’è più: i sopravvissuti sono quasi tutti morti.
Ora tocca ai discendenti coltivare la Memoria, anche a noi che non siamo discendenti ma vorremmo vedere Anna Frank girare liberamente per Firenze (nata nel 1929, se fosse sopravvissuta avrebbe 97 anni), senza essere aggredita.
Anche noi, non discendenti ma amici e sodali di Anna Frank e di tutte le famiglie che partirono per l’Exodus in applicazione della Risoluzione 181, adottata dall’ONU il 29 novembre 1947, vorremmo poter esprimere la nostra opinione senza essere investiti dal «Ti paga la lobby ebraica», j’accuse di qualche neonazista dichiarato, inconsapevole o mezzo e mezzo.
