(2 luglio 2021 h 11.00)
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Dopo Covered up (commento su questo sito) un altro film di Rachel Elitzur, anche questo suggerito dal fotografo Gianluca Cecere (gianlucacecere.it) e trovato su Vimeo.
È un film del 2018, si chiama The Youngest (Giovanissima, o La più giovane). La regista è anche sceneggiatrice.
Alla fine dei titoli di coda c’è il ringraziamento “ai miei genitori e alla mia cara famiglia”.
Poi c’è il ringraziamento “to the Almighty” = all’Onnipotente.

È un film interno a una cultura, rivolto principalmente alla comunità degli ebrei ortodossi.
Mi piacciono le gonne larghe, le giacche, le camicette, le magliette, spesso lavorate a mano; mi piace l’espressività dei volti: sono volti che parlano.

Vediamo una ragazza giovane che condivide con la madre un locale; sembra un negozio.
Si vedono i candelabri a sette bracci con la fiamma alimentata da olio contenuto in piccole ampolle di vetro inserite nei bracci.
Sparsi sugli scaffali: contenitori di vetro singoli, bicchieri, boccette di varie dimensioni, candele.
La madre cura con attenzione e devozione questi simboli religiosi, seguita dalla figlia ubbidiente.
È un film breve: bisogna stare molto attenti ai dettagli, perché ogni momento, ogni gesto è importante.

Osserviamo la ragazza malinconica, seduta nel locale, davanti a un’ampia vetrata che dà sulla strada e a una vetrina coperta di candelabri, calici, ampolle per contenere e versare l’olio.
Questo materiale sembra esposto per condividere, a richiesta, una preghiera con chiunque ne avverta il bisogno. O, forse, è un negozio, ma non si vedono acquirenti.
Gli ebrei ortodossi sono noti per la loro indifferenza ai beni materiali e al lavoro; è una comunità di persone che si dedicano esclusivamente alla preghiera (tutti) e allo studio (i maschi) dei testi sacri.
Questa è la tendenza, non so quanto ciascun componente si senta in obbligo di attuarla in modo rigoroso.

Improvvisamente lo sguardo della ragazza si ravviva: ha notato qualcuno nella folla che, di sera, passa e ripassa davanti al negozio. Non sappiamo chi ha visto, però il cambiamento di espressione è evidente.
Poi vediamo la madre intenta a versare l’olio nei bracci del maestoso candelabro; tutto è pulito, spolverato con cura. Notiamo la fotografia di un anziano ebreo munito di un cappellone cilindrico, appesa alla parete.
La donna è vedova e ha un forte, sereno legame con la figlia.
Sono i personaggi principali del film: la madre severa, ma affettuosa, anche se non lo dà a vedere, la figlia ubbidiente.

Una signora bussa alla porta e chiede di accendere due candele.
Forse questa è l’attività che si svolge all’interno del locale (per tutto il film non vedo acquirenti degli oggetti esposti): si entra, si dà qualcosa (beneficenza, dice la signora in ebraico; la didascalia traduce “for charity”), vengono accese le candele, si prega.
In pratica è ciò che succede nelle nostre chiese: mia madre entrava, accendeva una candela, diceva una preghiera, lasciava un piccolo obolo.
Non dimentichiamo che il cristianesimo deriva direttamente dalla cultura rappresentata in questo film; ecco da dove viene quell’aria familiare.
La signora che ha insistito per entrare quando le due donne stavano per chiudere è diversa da loro. Ha le sopracciglia truccate, in seguito la vedremo con un giacchettino jeans, ma certamente appartiene alla comunità: porta la parrucca, come tutte le donne sposate, una parrucca vaporosa.
La madre accende due candele, prega con molta concentrazione, conclude la preghiera con “Hanukkah”, la figlia risponde “Amen” e intona un canto dolcissimo.
La nuova entrata, finita la preghiera, si ferma per prendere un tè. È molto insistente, al limite della maleducazione.
Evidentemente le candele e la preghiera sono state una scusa: la donna è una matchmaker, una sensale di matrimoni, e vuole proporre un matrimonio per la ragazza.
Questa attività è molto importante in una comunità caratterizzata da un forte controllo dei padri e, in mancanza, delle madri sui figli. I matrimoni si combinano tra i genitori dei ragazzi e sono agevolati da una matchmaker.

La madre non è d’accordo a far sposare la figlia così giovane, o, forse, non vuole rimanere sola; la sensale insiste in tutti i modi, al limite della maleducazione.
In seguito insistono altri membri della comunità, sembra che tutti conoscano il compito che la matchmaker sta svolgendo e vogliano dare il proprio contributo per portarlo a termine.
In sostanza è tutta la comunità a preoccuparsi della sistemazione di una ragazza da marito; forse questo avveniva anche da noi, in altri tempi.
La madre è un personaggio severo, rigoroso: per lei è inappropriato che la ragazza indossi un cappellino e si trastulli e si ammiri davanti allo specchio, col pericolo che qualcuno dalla strada possa vederla attraverso la vetrina.
Noi sappiamo che “qualcuno” l’ha vista e lei era contenta.
Torna il concetto di comportamento modesto, appropriato per una donna, alla base di Covered up.

Leila o Lea (provo a trascrivere il nome) è incuriosita e attirata da un buffo ragazzo timido che cerca di farsi notare e sbatte la testa contro la vetrata.
È evidente che tutto il vicinato sa che c’è una promessa di matrimonio per la ragazza e tutti sono favorevoli, tranne la madre. Addirittura il rabbino interviene per convincerla.
Quando una ragazza è pronta per il matrimonio (molto presto), i parenti, i vicini di casa, i conoscenti si danno da fare, per quello che possono, perché il matrimonio avvenga, se il “promesso sposo” è un giovane membro della comunità (non importa quanto imbranato).
Pare che la matchmaker svolga un compito apprezzato e anche disinteressato per il bene delle fanciulle in fiore e dei giovani riccioluti.
Alla fine, sotto una pioggia scrosciante, la madre è contenta, felice di aiutare il ragazzo timido, impacciato, che ha cercato di avvicinarsi alla figlia e ha perso il cappello sotto la pioggia.
La madre di Lea raccoglie il cappello e lo porge al giovane. Questo è il segno della sua contentezza; con l’aiuto della comunità ha risolto il dubbio: il matrimonio si farà.
Quando è il momento, una ragazza deve sposare un giovane che piace a lei (ma non ha molta scelta, sembra che non frequenti i coetanei) e alla comunità.
La figlia guarda attraverso la vetrina, ha visto il gesto della madre ed è felice, perché quel ragazzo, che a mala pena conosce, le piace.
Questo mi sembra il senso del film.
La regista non ci spiega tutto, giustamente ci lascia immaginare i sentimenti e i pensieri che trapelano dai volti.

I sentimenti e i pensieri sono semplici, non riproponibili in una società avanzata e laica; questi uomini e donne vivono in un mondo che rifiuta la modernità, un mondo di relazioni antiche tra gli individui.
Per la regista i conflitti si dissolvono con l’affetto, con il rispetto delle tradizioni, con l’adesione profonda alla fede e si risolvono all’interno della comunità.
Il film rappresenta un modo di vivere alternativo, senza l’arroganza che a volte contraddistingue la fede religiosa, politica o di altro tipo (è generalmente impossibile parlare con un vegano).

Nota

Gianluca Cecere (gianlucacecere.it) mi ha inviato la precisazione seguente.
“Il locale è un negozio di candele. Nella tradizione ebraica sono diverse le occasioni nelle quali vengono utilizzate, come in occasione di ogni Shabbat. All’inizio di questa celebrazione vengono accese due candele e soprattutto per Hanukkah (festa delle luci) una volta al giorno, per otto giorni, viene accesa una candela di un candelabro a nove bracci (la nona viene usata per accendere le altre).”
Grazie Gianluca