(8 gennaio 2022 h 18.00)
Cinema Arsenale Pisa – vicolo Scaramucci, 2

Religioni e cinema
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Antonio Lezzi, che propone sempre citazioni istruttive e interessanti (su Instagram: antonio_lezzi_), ha riportato la seguente, tratta da L’uomo in rivolta, di Albert Camus:

“Ho orrore di tutte le verità assolute, delle loro applicazioni totali, dei loro presunti detentori d’ogni risma. Prendete una verità, portatela con cautela ad altezza d’uomo, guardate chi colpisce, chi uccide, cosa risparmia, cosa elimina, annusatela a lungo, accertatevi che non puzzi di cadavere, assaggiatela tenendola un po’ sulla lingua, ma siate sempre pronti a sputarla immediatamente. L’uomo libero è questo: il diritto di sputare”.

Dopo i disastri causati da tutte le grandi ideologie, da tutte le grandi religioni, possiamo dire con sicurezza che Camus aveva ragione. Quante verità assolute puzzano di cadavere!
Il puzzo più disgustoso proviene dai paesi nei quali una banda di fanatici religiosi si è impossessata del potere e pretende di governare sulla base di verità assolute di cui si considera portatrice e interprete.
Questo accade, per esempio, in Afghanistan, soprattutto dopo che i paesi civili – non solo gli Stati Uniti d’America, a cui non si può affidare il ruolo di poliziotti del mondo: è troppo comodo per gli altri stati – non sono riusciti a liberare il paese dal fanatismo dei talebani.
Nel momento in cui si è accettato che in Afghanistan vigesse una discriminazione legale nei confronti delle donne e si è ritenuto di non avere l’obbligo di intervenire per cancellare questo obbrobrio – attraverso pressioni economiche, interventi di organizzazioni internazionali, accordi tra i paesi civili, cioè dei paesi che hanno acquisito la separazione tra la sfera politica e la sfera religiosa – si sono poste le basi per la vittoria dei talebani e per la persecuzione delle donne che desiderano essere libere, autonome, padrone di sé.
Non si può lasciare la liberazione di un popolo nelle mani e sotto la responsabilità di un’unica nazione, che, naturalmente, fa i propri interessi. Occorre costruire organizzazioni internazionali dei paesi democratici (l’Europa Unita avrebbe certamente un ruolo importante in tal senso), dato che le Nazioni Unite sono bloccate dai veti incrociati.
Si potrebbe obiettare che il popolo afghano, forse, non vuole essere liberato, che gran parte di questo popolo, soprattutto nelle zone isolate, montagnose, sabbiose, arretrate, è legata a tradizioni che mal si accordano con il progresso e trovano fondamento in una fede religiosa. È possibile, ma se anche una minoranza volesse fare passi avanti sul cammino della civiltà (cammino bloccato da una banda di fanatici religiosi), sarebbe nostro dovere aiutarla con tutti i mezzi.
Negli anni orribili del nazifascismo i paesi democratici aiutavano gli italiani e i tedeschi che cercavano di organizzare l’opposizione ai regimi che, in Italia e in Germania, godevano di largo seguito popolare. Negli anni orribili dell’Unione Sovietica il dissenso, guidato da una minoranza, era aiutato in tutti i modi nei paesi democratici, anche con gesti simbolici come il conferimento del premio Nobel per la pace ad Andrej Sacharov.
La chiesa di papa Wojtyla intervenne in modo decisivo (attraverso cospicui finanziamenti a Solidarność) per determinare la fine del regime comunista in Polonia e la transizione democratica.
Per non parlare delle “Brigate internazionali” (parliamone!), che accorsero in Spagna da tutto il mondo durante la guerra civile spagnola. Con scarsa fortuna portarono la solidarietà concreta, armata, alla democrazia spagnola, contro il golpista Francisco Franco. Purtroppo persero, ma anche sul loro sacrificio è stata costruita la democrazia in Spagna, dopo la fine del franchismo.

Fondamentale è essere di parte, non mettersi al di sopra delle parti: è troppo facile dichiarare apertura mentale nei confronti di “altre culture” (atteggiamento diffuso tra gli intellettuali) e fregarsene del destino delle donne afghane.
Anche se fossero una minoranza, dovremmo aiutare le donne che vogliono essere libere, che non vogliono vivere sotto la tutela degli uomini. Quelle che accettano la schiavitù – poveracce! – non per obbligo ma per scelta, si coprano pure con un pesante burqa, le altre hanno diritto alla libertà, valore fondativo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948). Il diritto è di tutti, ma la libertà non si può imporre ai singoli individui, si può solo pretendere che gli stati la garantiscano; purtroppo ci sono schiavi affezionati alle catene.
Corriere della sera online (9 settembre 2021):

“L’inviata della Rai, Lucia Goracci, si rivolge a un talebano armato per le vie di Kabul e senza giri di parole gli chiede: «Perché non mi guarda quando mi risponde?». L’uomo, impassibile, replica: «Non mi è permesso parlare alle donne». Una domanda coraggiosa quella dell’inviata del Tg3 che ha realizzato un servizio per documentare la nuova vita nella capitale afghana da quando i talebani sono tornati al potere.”

Commento di C.: «Quell’uomo ha paura delle donne, è malato».
Chiaro, sintetico, intelligente: niente giri di parole, nessun riferimento ad “altre culture” o a “fedi religiose da rispettare” che giustificherebbero quel comportamento.
Sottoscrivo, anche perché C. non ha titoli di studio, non ha frequentato l’università e, dunque, capisce le cose meglio di molti laureati. Non è abituata a giocare a nascondino con le parole.
Una volta si diceva: pane al pane e vino al vino. Ora i giovani mangiano pane adulterato e non bevono vino ma intrugli mefitici.

Non ho sentito C. quando, ieri sera, si è diffusa la notizia che in Afghanistan il “Ministero della virtù e del vizio” (tutto un programma) ha deciso che le donne non possono accedere ai bagni pubblici.
Che problemi hanno questi malati mentali per pensare leggi come questa?
Se l’ONU decidesse, finalmente, di mandare i Caschi Blu a liberare l’Afghanistan, nel contingente dovrebbero essere inseriti molti psichiatri, ma di quelli buoni.

In Iran il fanatismo trionfante è ancora più radicato e reso forte dalla possibilità di costruire la bomba nucleare (se non l’hanno già fatto): neanche una missione dei Caschi Blu riuscirebbe a spodestare i puzzolenti “detentori della verità assoluta”, e, onestamente, non si può dare la colpa ai paesi civili per non essere riusciti a impedire il mantenimento del potere da parte di una casta sacerdotale che pretende di applicare a una popolazione intera i principi arbitrariamente ricavati da una religione monoteista.

C’è da rimpiangere gli dei dell’Olimpo, che, almeno, non pretendevano di essere creduti per forza e si limitavano a fornire l’ispirazione per i grandi poemi della letteratura.
Non è proprio vero. Anche loro mostrarono gli artigli (e usarono quelli dei leoni) nei primi secoli dopo Cristo, quando videro il trono conteso dal Dio incarnato, morto e risorto.

Tanti film hanno mostrato, esemplificato, le conseguenze a livello individuale della sottomissione al potere dei fanatici religiosi, nei paesi di origine ma anche da noi. Il puzzo di cadavere di cui parlava Camus si è fatto sentire più volte (in questi commenti: Cosa dirà la gente, di Iran Haq).

Un eroe, del regista iraniano Asghar Farhadi, è un film neorealista, ricorda Ladri di biciclette (1948, commento su questo sito).
Probabilmente la società a cui si riferisce è così arretrata (nonostante la presenza dei telefonini e dei giochi elettronici) da richiedere, per essere descritta, un genere cinematografico che da noi è stato superato da molto tempo.
Il personaggio principale ricorda Antonio Ricci, il disoccupato che si fa rubare la bicicletta, necessaria per mantenere il lavoro di attacchino comunale.
Come Antonio Ricci, Rahim è sfortunato, non gliene va bene una. Ha preso soldi in prestito dagli usurai, per ripagarli ha contratto un debito con un parente (se ho capito bene: fratello della ex moglie) che ha più di un motivo di odio nei suoi confronti. Non potendo pagare il debito, è stato mandato in galera. In Iran il creditore ha in mano la vita del debitore insolvente; nessuno può piegarlo se, come in questo film, non ha alcuna intenzione di perdonare.

Il perdono sembra essere assente nella società iraniana, la generosità non trova spazio nel rapporto tra le persone (a giudicare dal film), tranne un’eccezione: la donna che Rahim ama, riamato.

Nessuno è generoso perché tutti sanno che gli altri approfittano del potere per umiliare chi si trova, anche momentaneamente, su un gradino più basso. Per ognuno c’è qualcuno, al di sopra, davanti al quale deve strisciare come un verme.

Anche il nostro Rahim accetta di farsi strumentalizzare dai funzionari del carcere, pur sapendo che le condizioni di vita all’interno sono insopportabili e hanno determinato il suicidio di un detenuto. Un mondo basato su una catena di umiliazioni emerge dal film.
È remissivo Rahim, subisce, abbassa la testa e prende tutte le randellate senza opporsi, poi, improvvisamente, scatta, si ribella e si inguaia sempre di più. Proprio come Antonio Ricci.
Nessuno è generoso, nessuno perdona, perché l’obiettivo di ciascuno è di essere perfetto, o, meglio, di apparire perfetto.

Chi ha messo in testa agli iraniani che bisogna sembrare perfetti? Chi gli ha fatto credere che non è possibile concedersi le imperfezioni, le colpe che ci consentono di perdonare noi stessi e gli altri?

Non so quanto la storia raccontata rifletta la società iraniana, tanto più che i petracchioni con la barba lunga non si vedono per tutto il film (come mai? È una forma di autocensura per evitare di stuzzicare il cane che dorme?).

Il valore al quale tutti, in questo film, sono disposti a sacrificare la propria vita e la vita degli altri è la reputazione di uomo “virtuoso” (le donne fanno storia a sé).
C’è anche un bambino che ci commuove, come in Ladri di biciclette.
Balbuziente, vittima del suo amore per il padre, vittima degli adulti, fino a che Rahim, in un sussulto di amore paterno, si oppone alla strumentalizzazione della sua infelicità, inguaiandosi definitivamente.
La realtà è che “la virtù” è pura ipocrisia, in generale: la “virtù” dei vecchi babbioni che pretendono di sposare ragazzine, la “virtù” degli uomini che pretendono di dominare le donne, di costringerle ad andare in giro coperte con un cencio nero dalla testa ai piedi.

Lo stesso Rahim, alla fine, credo abbia il dubbio sulle vere motivazioni che lo hanno spinto a compiere un gesto di generosità: la generosità non è consentita in una società dominata dalla falsa coscienza, nella quale nessuno sa che cosa è bene, che cosa è male.