(9 giugno 2021 h 17.20)
su Vimeo

Altro film della regista: // The Youngest //

Religioni e/o superstizioni
// Gli orsi non esistono (Islam) // Alla vita (Ebraismo ortodosso) // Il male non esiste (Islam) // Un eroe (Islam) // The Youngest (Ebraismo ortodosso) // Covered up (Ebraismo ortodosso) // Corpus Christi (Cattolicesimo) // Un divano a Tunisi (Islam e psicanalisi) // Il settimo sigillo // L’apparizione (Cattolicesimo) // Cosa dirà la gente (Islam) // Io c’è // The Young Pope (Cattolicesimo) //

Il fotografo Gianluca Cecere mi ha suggerito un film interessante.
Gianluca si occupa di tante cose e ha viaggiato molto, in paesi complicati (www.gianlucacecere.it).
In particolare, gli piace indagare con la sua macchina fotografica nelle comunità che condividono forti credenze religiose e vivono nella tensione costante ad applicare i principi e a seguire i valori della loro fede.
Ha pubblicato diversi servizi fotografici sull’argomento.
Uno dei gruppi religiosi di cui si è occupato e si occupa attualmente (covid permettendo) è la comunità ebraica ortodossa.

Gli ebrei ortodossi vivono in diversi paesi, in particolare negli Stati Uniti; credo che la maggior parte vivano in Israele.
Che cosa li contraddistingue?
Dal punto di vista estetico gli uomini si notano subito: portano una specie di divisa.
Giacca nera su camicia bianca, aperta (niente cravatta), pantaloni neri, scarpe nere, un corto cilindro nero sulla testa, da cui spuntano ricciolini.
La barba, più o meno lunga, incornicia il volto.
Le donne non hanno una divisa particolare, tranne, alcune, una parrucca discreta, poco evidente, che non si nota a prima vista.
Sarebbe interessante capire come si collega la “divisa” degli uomini (il cappello, i ricciolini) alla fede religiosa o alla tradizione.
Non mi avventuro in spiegazioni su fenomeni che non conosco e non sono l’oggetto di questo commento. La parrucca delle donne sposate è il soggetto di questo film.
Sinteticamente, credo che i principi e i valori che caratterizzano questa comunità siano espressi dal nome con cui è conosciuta (loro usano nomi più specifici, ovviamente): sono ebrei e sono ortodossi, cercano di applicare in modo rigoroso la Torah (la Bibbia, non esattamente corrispondente all’insieme di libri che, in ambiente cattolico, chiamiamo con questo nome).

Il film che Gianluca mi ha suggerito di vedere si trova su Vimeo all’indirizzo https://vimeo.com/272418367

Mi sono collegato e l’ho visto.

Si svolge in Israele, nella comunità degli ebrei ortodossi.
Si parla in ebraico, ma il film è accompagnato da didascalie in inglese che permettono di seguire i discorsi senza difficoltà, anche perché i personaggi sono molto espressivi e basta qualche parola letta nella didascalia per capire che cosa dicono.
Mi sono entusiasmato notando che queste persone, così lontane dalla nostra cultura, parlano con il viso, con il resto del corpo, con i gesti. In questo ho trovato qualcosa di familiare.
Ho parlato di film, avrei più correttamente dovuto parlare di docufilm, perché gli attori interpretano sé stessi, parlano e si muovono senza un copione, raccontano il loro punto di vista su un problema che li angustia.
Dunque non sono attori? Chiunque interpreta un personaggio sullo schermo, all’interno di una storia, è un attore.
Beninteso: dipende dal regista.
Se il regista si limita a riprendere la gente che parla, è un documentario. Se unisce i documenti in un racconto, li fa interagire tra loro e trasmette emozioni che dipendono da come la storia è raccontata, è un film.
In Covered up si parla di un problema lontanissimo dai miei interessi, dalle mie esperienze, dalle mie conoscenze. Eppure, raccontato in quel modo, mi ha interessato, divertito e persino emozionato.
Credo che non solo su di me abbia avuto questo effetto.

Il problema viene posto subito, nell’incipit, dalla protagonista, la regista Rachel Elitzur: «Non so perché debba indossare una parrucca, ora che non sono sposata».
Non vorrebbe indossare la parrucca dal momento che è divorziata.

«Tu non sei single, il tuo status è differente» risponde la madre e continua: «Tu non sei come Hannah». Hannah è la sorella minore di Rachel, non ancora sposata.
Una donna sposata deve dimostrare modestia, dice il padre (la parrucca serve a nascondere i capelli); una divorziata non è come una ragazza, è tenuta ad avere lo status di divorziata, ha bisogno di sposarsi, deve avere una condotta modesta.

Sembrano discorsi surreali, ma bisogna entrare in una cultura che dà importanza a stati fisici (la verginità) e mentali (la “modestia”) che nella società moderna, anche nella comunità ebraica non ortodossa, credo, non contano più.

Ribadito che non condivido questi vincoli, è sbagliato mettersi dall’alto a sentenziare. Finché non fa danno ad altri e non obbliga altri, ognuno si vincola come gli pare.
Questo è il punto che mi piacerebbe chiarire con queste persone.

A Baruche – il padre, un uomo dall’aspetto saggio, sereno – ad Atara – la madre, volto intelligente, intenso – al rabbino – certamente ragionevole e dotato del famoso umorismo ebraico – vorrei chiedere: come vi comportereste se un membro della comunità non accettasse questi vincoli e queste regole?

Torniamo al film.
La conversazione tra il padre e la figlia è divertente; i due personaggi scherzano quando la figlia dice: «Se il rabbino mi dà il permesso di non indossare la parrucca, a te va bene?» e lui risponde: «Dipende. Lo so che il rabbino Pigovitz ti darebbe il permesso, se ti rivolgi al rabbino Wozner, va bene». Entrambi ridono.

Si vede che anche fra gli ortodossi ci sono rabbini più rigorosi e severi e rabbini più concilianti, come accade con i preti, con i cardinali, con i papi, che sono un’altra cosa, lo so, ma anch’essi, per alcuni, svolgono una funzione di lampada accesa per illuminare il cammino: questo si può fare, questo non si può fare.
La vita non si adatta sempre, anzi quasi mai si adatta ai principi astratti della religione o alle regole inflessibili della tradizione.

La regista è brava nel riprendere i personaggi, compresa sé stessa, nel modo giusto perché esprimano sullo schermo e riescano a comunicare allo spettatore i propri sentimenti.
Per questo non è un documentario: ha tutta la potenza di un film.

Può sembrare strano, ma se dovessi paragonare questo film a un altro che mi è rimasto impresso per la capacità del regista di passare dalle piccole alle grandi cose, mi viene in mente Pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio e l’ultimo dello stesso regista (LONTANO LONTANO), commentato su questo sito.

Mi colpisce la capacità di alcuni registi, come Gianni Di Gregorio e Rachel Elitzur, di passare dagli argomenti quotidiani alle relazioni tra le persone, che siano le signore anziane riunite una domenica di ferragosto a Roma, i pensionati che sognano di andare a vivere in un paese lontano, i componenti di una famiglia ebrea ortodossa.

Si discute molto in questo film, un argomento viene preso e ripreso più volte; non dimentichiamo che siamo all’interno di una cultura che crede al valore della parola.
Discutono: la regista (protagonista), il padre, la madre, la nonna, il rabbino, le amiche, altri personaggi.
Discutono allegramente, seriamente, a volte commuovendosi, perché un argomento richiama collegamenti con situazioni che hanno un profondo impatto emotivo.

La telecamera, messa sempre nel punto giusto per riprendere la scena con naturalezza, non si fa notare.
Il film è il ritratto di una famiglia in una comunità i cui componenti sono particolarmente gelosi dell’immagine e restii a farsi riprendere.

Il padre, all’inizio, quando per la prima volta interviene, dice «Non voglio essere visto, non voglio essere visto persino quando ho un buon aspetto, non voglio entrare in questo film»; poi cede per affetto. La figlia scherza con lui, quando si rassegna a farsi vedere: «Non metterti in posa, non stai facendo una foto, papà!». Entrambi ridono, la figlia gli prende la mano.
Un ragazzo in “divisa”, per strada, accorgendosi di essere ripreso, copre il volto con la mano.

Alcune scene ben riuscite: la regista parla con la nonna, la mamma fa un gesto delicato di commozione, la figlia parla con il padre che analizza al microscopio un tessuto per verificare se contiene lana e lino. Mi hanno suscitato un senso di nostalgia di rapporti umani veri, profondi, anche un po’ assurdi, come quelli che si vivevano una volta, nei confronti dei vecchi, nei confronti dei genitori.

Al giorno d’oggi, già prima della pandemia, siamo asettici e riservati. Dopo il pieno della pandemia siamo meno asettici (si vedono mascherine buttate per strada), ma ancora più riservati. Dei vecchi quasi non si sa che fare: la loro cultura è superata, non sanno usare le applicazioni sullo smartphone e per molti sono solo un ingombro, o una spugna da cui spremere la pensione.

Il film ci dà il quadro di una famiglia ebrea ortodossa, vista dall’interno, in una comunità separata dalla società israeliana. Non sono evidenziati, non so se siano presenti, problemi dovuti a questa separazione e all’adesione totale a un credo religioso.
Come reagirebbe il padre se la figlia dicesse: non credo in Dio, non voglio pregare, non voglio assumere un atteggiamento modesto, voglio sposare uno al di fuori della comunità? Vi voglio bene, siete tutta la mia vita, però, per favore, non cercate di togliermi la possibilità di fare esperienza di altri modi di risolvere i dubbi, le incertezze dell’esistenza!

Mi è tornata, sostanzialmente, la stessa domanda di prima. Evidentemente si tratta di un problema che mi interessa molto: il controllo del gruppo sul singolo. Io posso concepire una vita senza fede, non concepisco una vita priva della libertà.
….
Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

….
(Dante, Purgatorio, Canto I)

Alla fine vediamo una bella sposa, la giovane Hannah, sorella della regista, che si prepara a una cerimonia in abito bianco, avviandosi verso il matrimonio con un uomo, spero, scelto da lei, senza condizionamenti religiosi, sociali, famigliari.