24 febbraio 2023 h 17.00
Cinema Teatro La Compagnia Firenze – via Cavour, 50r

13 gennaio 2026 h 18.00 – Schermo televisivo

Altro film del regista: // Border Creature di confine //

Religioni e/o superstizioni
// Un semplice incidente // Il seme del fico sacro (Islam) // Il mio giardino persiano (Islam) // The Miracle Club // C’è ancora domani (il matrimonio cattolico) // Kafka a Teheran (Islam) // Rapito (Il Papa Re) // Benedetta (Cattolicesimo) // Holy Spider (Islam) // Profeti (Islam) // Chiara (Cattolicesimo) // Gli orsi non esistono (Islam) // Alla vita (Ebraismo ortodosso) // Il male non esiste (Islam) // Un eroe (Islam) // The Youngest (Ebraismo ortodosso) // Covered up (Ebraismo ortodosso) // Corpus Christi (Cattolicesimo) // Un divano a Tunisi (Islam e psicanalisi) // The dead don’t die (nel commento: fede e dubbio) // Mug Un’altra vita (Cattolicesimo polacco) // Il settimo sigillo (il silenzio di Dio) // L’apparizione (Cattolicesimo) // Cosa dirà la gente (Islam) // Io c’è (religione e denaro) // The Young Pope (Cattolicesimo) //

Suspense (alta tensione: thriller e/o horror)
// Doppia Pelle [Le Daim] // BlackBerry (thriller tecnologico) // Club Zero (horror alimentare) // Come pecore in mezzo ai lupi // Sanctuary (thriller psicologico) // Beau ha paura [Beau is afraid] // Cane che abbaia non morde [Barking dogs never bite] // Preparativi per stare insieme … (thriller psicologico) // L’ultima notte di Amore (noir metropolitano) // Holy Spider // M3GAN (thriller distopico) // Bones and All (horror cannibale) // Nido di vipere // L’homme de la cave [Un’ombra sulla verità] // La fiera delle illusioni // America Latina // Raw (horror cannibale) // Titane // Il sospetto [Jagten] // Favolacce // Notorious! (thriller H.) // Parasite // Il signor diavolo // The dead don’t die (gli zombie sono tornati) // Border: creature di confine // La casa di Jack // Gli uccelli [The birds] (horror H.) // L’albero del vicino //

Aggiornato gennaio 2026.

“Holy Spider”, regia di Ali Abbasi. En français sur www.giovanniguarino.org
Il fanatismo religioso genera mostri.
In questo momento i mostri producono, come è nella loro natura, incarcerazioni, torture, uccisioni.
I mostri con la barba lunga ordinano di raccogliere i cadaveri nei sacchi della spazzatura e bloccano internet per non far conoscere le immagini della rivolta. È inutile. Gli iraniani le conoscono, anche quelli che preferiscono chiudersi in casa ma hanno figli, in una società piena di giovani. Anche noi le conosciamo.
I film del dissenso, se non sono girati all’estero, escono dall’Iran su chiavette elettroniche, su hard disk nascosti tra i bagagli di attivisti che non si sono fatti individuare dai “guardiani della rivoluzione”.
Allo stesso modo viaggiano i video che testimoniano la repressione.
Il confine tra l’Iran e la Turchia, a Ovest, si attraversa a piedi; il regime non può controllare ogni metro quadrato di superficie. Il confine è attraversato continuamente su potenti mezzi dai contrabbandieri che portano i beni di prima necessità e fanno i loro affari. È attraversato dagli attivisti e dai loro amici.
In un film di Jafar Panahi (“Gli orsi non esistono”) il regista (lui stesso protagonista) è andato ad abitare in un villaggio di confine per dirigere via internet un film che si realizza poco oltre, in Turchia: fornisce indicazioni al suo vice che dirige gli attori. In una scena molto intensa Jafar si trova al confine, a un passo dalla libertà (dalla Turchia è facile raggiungere l’Europa), ma torna indietro, rientra nel carcere all’aperto imposto all’Iran dal komeinismo fanatico.
Io sarei fuggito; quando ho visto il film non mi spiegavo questo ritorno indietro. Ma Jafar ha un legame con la sua terra che io non vivo con tanta forza e sa fino a che punto è diffuso l’odio per un regime oppressivo.
La sua speranza è la liberazione, anche se contrasta con la realtà: la repressione operata dagli apparati dello stato finora ha avuto la meglio.
La televisione iraniana riprende i discorsi dei sacerdoti e le masse plaudenti, assuefatte alla sottomissione, composte da povere donne coperte dalla testa ai piedi, da soli uomini inneggianti al regime.
Mi ha colpito scoprire che anche da noi alcuni ambiscono alla sottomissione, naturalmente degli altri.
Sono gli intellettuali che abbondano in virgolette, che scrivono: la cosiddetta “libertà”, la cosiddetta “democrazia”, aggiungendo con disprezzo “occidentale”, sempre tra virgolette e con la puzzetta sotto il naso. Per loro i giovani, le donne che si ribellano, sono una rottura di scatole, li costringono a guardare dentro alle proprie contraddizioni. Era bello, per loro, imbarcarsi idealmente su una vela e farsi portare dal vento verso Gaza! Non conta che gli aiuti umanitari trasportati fossero ridicoli. Non vollero darli a Pizzaballa perché si sarebbe scoperto l’inghippo. Contava l’idea, il principio. L’Iran non consente queste semplificazioni. La faccenda è terribilmente più complicata.
Sottomissione è una parola brutta in sé, è particolarmente brutta quando viene usata per indicare il rapporto obbligato tra i credenti (o forzati a credere) e un essere astratto che si sarebbe espresso attraverso un testo di dubbia origine e arbitraria interpretazione.
Sia chiaro: è assurda l’imposizione dell’Islam, ma sarebbe assurda anche l’imposizione di regole di vita civile estratte dai Vangeli – per esempio: se ti danno uno schiaffo sei obbligato a porgere l’altra guancia; se ti danno due schiaffi devi porgere qualche altra cosa, in modo da dare soddisfazione a chi ti ha schiaffeggiato; sei obbligato ad amare i nemici: se vai in guerra devi portargli regali di compleanno e aiutarli a prendere la mira.
Sono esempi paradossali: servono solo a dire che la vita sociale è regolata dal diritto: nelle società evolute, occidentali o orientali, come il Giappone, il diritto è laico e la giustizia è indipendentie dagli altri poteri.
Le costituzioni dei paesi democratici stabiliscono la libertà di religione, ma anche la libertà di non aderire ad alcuna religione.
“Libera Chiesa in libero Stato” (Cavour), per l’Italia, fu il principio cardine che consentì allo stato unitario di legiferare liberamente e al Cattolicesimo di evolvere fino ad arrivare al Concilio Vaticano II.
Gli iraniani che non sopportano la schiavitù protestano nelle strade e sono colpiti con pallottole di gomma in pieno viso. I devoti religiosi non hanno remore ad applicare vessazioni, fino all’impiccagione.
Non c’è da meravigliarsi: sotto le barbe e i tubini si nascondono malati mentali, sadici e feticisti (non si spiega altrimenti la fissazione per i capelli).
Donne coraggiose si fanno fotografare senza il velo obbligatorio ad avvolgere la testa e mentre accendono una sigaretta con la foto bruciata di Khamenei. Uno sberleffo artistico, bello da vedere.
Ho letto nel post di una che vorrebbe vedere anche in Italia le donne coperte dal burka – secondo questa signora la “libertà occidentale” è come un buco nella tasca dei pantaloni: può servire per grattarsi ma fa perdere le cose che si vorrebbe conservare – ho letto che lo sberleffo artistico sarebbe un invito a fumare. Quando si dice non riuscire a distinguere forma e contenuto, segno e messaggio!
Un’altra signora, che immagino comodamente spaparanzata nella sua poltrona, ha detto che una sua amica, medico, ha deciso liberamente di coprirsi interamente con il burka.
Questa signora, romantica come quella della canzone di Rascel cantata da Tony Dallara che è morto ieri (“amica delle nuvole”), non ha considerato che un conto è scegliere di coprirsi con un cilicio (come sembra facesse Paolo VI, secondo l’ultimo film di Marco Bellocchio), altro conto è essere obbligati a maltrattare il proprio corpo.
Naturalmente da quella sua amica non andrei a farmi visitare, ammesso che possano vedere il corpo di un uomo diverso dal marito.
Le donne iraniane sono molto coraggiose e meriterebbero di essere seguite di più dalle femministe nostrane, che negli ultimi anni hanno dimenticato di manifestare, per esempio, dopo il 7 ottobre 2023 per gli stupri delle donne ebree prese in ostaggio, uccise o condotte come trofei di caccia fino alla città e ai tunnel sotterranei, dove sono state tenute prigioniere.
I video furono girati dagli stessi terroristi, che si vantavano della violenza e ringraziavano il loro dio con espressioni che anche a un non religioso come me suonavano blasfeme.
Dopo l’uccisione di Mahsa Amini, arrestata dai guardiani della morale il 13 settembre 2022 nella capitale iraniana a causa della mancata osservanza della legge sull’obbligo del velo, morta il 16 settembre 2022, ci fu una grande protesta a Teheran: donne sfilarono senza il velo, uomini si unirono a loro, ci furono arresti e condanne a morte per impiccagione.
Non ricordo se ci furono grandi manifestazioni di piazza organizzate dalla mia parte politica, ma certamente, con la vittoria del regime iraniano sulla rivolta, la situazione di oppressione fu dimenticata.
Ieri (16 gennaio 2026) c’è stato un evento che potrebbe cambiare questa narrazione e dare una svolta positiva: una manifestazione a Roma organizzata da Amnesty International, a cui ha aderito l’intera sinistra con i suoi principali esponenti; un’altra è prevista per oggi, organizzata dai radicali. Molto bene!
Queste manifestazioni fuori contesto, giudicate da alcuni inutili, sono un segno di solidarietà ai rivoltosi in Iran e agli iraniani che vivono in Italia e cercano di tenere desta l’attenzione dei democratici.
Servono anche a noi per contarci, verificare quanti sostengono una linea democratica e quanti, invece, hanno preso la sinistra come un traghetto che può condurre dovunque, anche a posizioni neonaziste (come molti propal).
Ciononostante, considerando le ambiguità dimostrate da alcuni gruppi, dobbiamo porci una domanda.
Per quale motivo in alcuni casi (Ucraina, Venezuela, Iran), la sinistra ha tanta difficoltà a prendere una posizione politica netta e in altri casi (Palestina) a riprendere la posizione politica equilibrata che aveva assunto in tempi passati?
Il motivo è, secondo me, la incapacità di confrontarsi con la complessità.
Molti della mia parte rimpiangono i tempi di “adda venì baffone”, quando il mondo era diviso in due parti: l’impero guidato dagli Stati Uniti e l’impero guidato dall’Unione Sovietica. Trionfo delle ideologie totalizzanti: capitalismo e comunismo realizzato (o che affermava di essere realizzato).
Da noi era facile, su ogni questione, guidati da l’Unità o dai giornali della sinistra libertaria, sapere da che parte stare.
La semplificazione era dovuta alla scarsità delle fonti di informazioni.
Ricordo, nel mio paese, i comunisti riunirsi dal barbiere Vittorio, in via Camposcino, portando nella tasca della giacca l’Unità piegata (la testata emergeva con orgoglio).
I compagni, alternando lo studio con “barba e capelli”, cercavano di capire la posizione da assumere sulle grandi questioni internazionali, facendosi guidare, sul giornale spiegato, letto con attenzione, da un importante politico nazionale che si era espresso con un lungo articolo; i politici di riferimento erano realmente importanti, non come ora che l’aggettivo si è svalutato.
Sono ricordi d’infanzia, ma in seguito, crescendo, si imparavano i nomi di quei politici di rango: Togliatti, Terracini (vaghi ricordi che si confondono con i libri letti), Paietta, Amendola, Ingrao (ricordi agevolati dalla nascente televisione), fino a Berlinguer. Due sole donne ricordo: Nilde Iotti e Miriam Mafai, entrambe di grande personalità, entrambe note, molto tardi, come compagne o mogli di Togliatti e di Paietta.
A pensarci, a brillare di luce propria e strabordante fascino una donna c’era: Luciana Castellina, ma risale a una stagione più recente rispetto ai primi ricordi che sto cercando di richiamare alla memoria.
A sinistra c’erano Nenni e De Martino, che costituivano il trait-d’union con l’altra parte del mondo. Con alterne vicende navigavano Saragat e La Malfa padre.
Saragat (a Napoli: don Peppino ó telegrammə; si diceva che il primo uomo sbarcato sulla luna avesse trovato un suo telegramma di congratulazioni) fu eletto presidente della Repubblica anche con i voti dei comunisti per il suo passato antifascista, come accadde, in seguito, al più amato di tutti: Sandro Pertini.
Ogni partito di sinistra si nutriva di una tradizione fortemente radicata in specifiche aree del paese, finché esplose il fenomeno Pannella, che rimescolò le carte nella zona libertaria, accedendo anche alle ceneri disperse del partito d’azione, praticamente svanito dopo Parri.
Noi ragazzi delle elementari volavamo come farfalle per il paese, fermandoci nei circoli, nei bar, nelle parrocchie e osservando gli adulti e i vecchi, assistendo ai comizi come a spettacoli extra (gli unici disponibili dopo le feste cattoliche). A nove, dieci anni mi rendevo conto che l’eloquio dal palco di qualche personaggio non avrebbe superato l’esame del mio maestro.
I democristiani, invece, erano dottori e parlavano meglio; c’è voluto più tempo per capire che i contenuti erano gli stessi: frasi fatte imparate sul giornale del partito, riprese dai discorsi di Fanfani e di Andreotti.
Moro aveva una posizione particolare, isolata nel suo partito, che avrebbe portato alle “convergenze parallele” e al suo tragico destino.
Non fu il destino: responsabili furono dei giovani esaltati che hanno fatto più danni alla sinistra e al paese di un colpo di stato.
I comizi erano divertenti. Erano preceduti da un personaggio che girava per il paese per pubblicizzare l’evento: raccoglieva gli scugnizzi e si fermava nelle piazze gridando: «Uagliù vulitə nu piattə e maccarunə?» (Guaglioni, ragazzi, volete un piatto di maccheroni?), «Vulitə nu piattə e past’e fasulə?» (Volete un piatto di pasta e fagioli?). Nooo! Rispondevano i ragazzi. «E chə vulitə?» (Che volete?). I ragazzi in coro gridavano: «Gallo, gallo, gallo …!» (il gallo era il simbolo delle liste comuni PCI PSI). Si capisce da questo particolare che sto scrivendo di ricordi remoti, di un altro mondo, che sarebbe stato presto soppiantato dal centrosinistra e dalla televisione (quando arrivò in casa il televisore Marelli, mia sorella ricamò un centrino per separare dal tavolo il congegno pieno di valvole che ogni tanto si dovevano cambiare).
Già allora dai palchi i politici locali preferivano parlare dei problemi internazionali che avevano studiato sui giornali di partito e si riservavano di decidere sulle cose concrete nelle segrete stanze, aperte agli accordi: il vespasiano si deve o non si deve eliminare dalla piazza? (si elimina); gli alberi antichi di via Roma si devono o non si devono tagliare? (si tagliano, sostituendoli con miseri virgulti); si faranno interventi per contrastare il periodico allagamento delle strade? (in seguito, forse); si prenderanno iniziative contro il predominio della camorra nel mercato ortofrutticolo? (c’è tempo).
Non voglio fare il populista, non sono esperto e neanche competente, ma ho un’impressione: una generazione che aveva vissuto nella prima giovinezza il fascismo e la guerra, forse per mancanza di educazione, a livello locale confuse, in molti posti, l’amministrazione con la spartizione delle risorse comuni, come non ci fosse un domani.
Questo almeno fino a Mani Pulite.
Poi, dopo una breve stagione di questione morale, è subentrato il populismo parolaio e inutilmente forcaiolo (per citare un simbolo che una volta fu agitato in parlamento).
Cambio di scena: rivoluzione informatica.
Nella mia parte politica, la sinistra, molti non hanno capito che l’abbondanza attuale delle informazioni impone una cernita: valutare, distinguere, separare il grano dal loglio, tenendo presente che le informazioni e le immagini vere e false spesso sono mescolate.
Su questo punto credo si debba essere drastici. Una volta accertato che una fonte ha fornito un’informazione falsa, si cancella definitivamente.
Esempio: “gli israeliani aggiungono pillole narcotiche di ossicodone alla farina per drogare i bambini”. È una balla che ha avuto una discreta diffusione.
Molti ci hanno creduto e hanno contribuito a fomentare l’odio per gli ebrei (per tutti gli ebrei, non solo per Netanyahu, anche per gli ebrei americani che passeggiano per Firenze).
La notizia è stata lanciata da Al Arabiya, che la riferiva al Comitato antidroga di Gaza. In quel momento, prima dell’intervento di Israele e della successiva tregua, la striscia di Gaza era interamente sotto il controllo di Hamas, dunque la fonte della notizia era Hamas.
Perché è una balla?
1) Giornale “Prima Lodi”: si parla di una operazione di polizia che ha scoperto un traffico partito dall’Italia con destinazione gli Stati Uniti: “Il profitto era notevole, dato che ogni pastiglia da 80 mg veniva rivenduta a un prezzo compreso tra 80 e 100 dollari, generando entrate che superano 1.6 milioni di dollari. È stato calcolato un danno erariale per lo Stato Italiano di oltre 65mila euro a causa di questo traffico illecito”. Questa è la parte scoperta in una sola operazione di polizia. È mai possibile che una sostanza capace di generare tanto guadagno possa essere sprecata mescolandola con la farina destinata a povera gente? Chi garantiva che la povera gente avrebbe ingoiato le pillole e non le avrebbe messe in un forno per fare il pane? L’ossicodone cotto ad alte temperature ha gli stessi effetti di quando è crudo? Grande spreco di pillole che negli Stati Uniti erano vendute tra 80 e 100 dollari cadauna (giornale “Prima Lodi”).
2) C’è un sito di fact cheking che si chiama bufale.it; ha esaminato la notizia e ha stabilito che è falsa. Bastava andare su quel sito prima di diffonderla.
3) Lo dice l’esperienza di chi si è occupato delle tossicodipendenze, quando era a Trento dove Valerio Costa, uno psicologo forse ex prete (non l’ho mai capito) aveva l’incarico dalla provincia di Direttore del Centro antidroga.
Valerio Costa faceva incontri periodici con gli ospiti di Villa Sant’Ignazio, un rifugio per gli insegnanti meridionali, che avevano trovato l’incarico ma non la casa, e per i ragazzi in via di liberazione dal dramma, allora molto diffuso.
In base alle dritte fornite a suo tempo da Valerio Costa, dato che si doveva coabitare con questi ragazzi difficili, si capiva che quel metodo per diffondere le tossicodipendenze era assurdo. Ci fu chi, in buona fede, ci aveva creduto e fece in tempo a cancellare un post che era stato invaso da una valanga di antisemitismo.
Una volta stabilito che Hamas ha diffuso una fake news (oltre a immagini false con cui siamo stati inondati a lungo) questa fonte dev’essere cancellata. Chi ha mentito una volta (nel caso specifico più volte) non merita la fiducia.

Alla fine del film siamo angosciati dalla violenza di un sistema chiuso in se stesso; ci dà il colpo di grazia la scritta: “Ispirato a fatti realmente accaduti tra il 2000 e il 2001”.
I fatti si svolgono in Iran, in una città definita “santa” (non mi va di indagare sull’origine della leggenda).
L’assassino seriale di prostitute utilizza una motocicletta per catturare le vittime.
Quando la vecchia che fornisce droga alle prostitute le ha avvertite: «Non salite sulle motociclette!», Saeed Hanaei aveva a disposizione una macchina, gliel’aveva prestata il suocero per una gita con la famiglia.
Fatta la gita, portata la famiglia a casa dei suoceri, ha ripreso la caccia.
Saeed si affida a una tecnica sperimentata molte volte: si porta nella zona malfamata, si avvicina a una prostituta, mostra i soldi, la fa salire in macchina (generalmente sulla moto), la porta a casa sua approfittando della momentanea assenza della moglie e dei bambini. Con gesto improvviso annoda un cappio intorno al collo della vittima; stringe con forza.
Un mostro proletario: muratore capomastro, piccola casa in un quartiere popolare, motocicletta; moglie e tre figli, nessun lusso; valoroso ex combattente nella guerra tra Iran e Iraq; devoto; affettuoso con i figli.
Nonostante il gesto dell’assassino la colga di sorpresa, la povera donna reagisce, si divincola, cerca di difendersi. «Mio padre è forte», dice con orgoglio il figlio intervistato dalla giornalista che è riuscita a incastrare il mostro e a farlo arrestare. Poi il ragazzo, con un lampo di orgoglio negli occhi, spiega: «Dopo avere soffocato la donna, mio padre avvolgeva il corpo in un tappeto o in un panno».
Il ragazzo non ha visto nulla, lo svolgimento dei fatti gli è stato raccontato e lo racconta alla giornalista. La famiglia non ha abbandonato l’assassino dopo la scoperta dei delitti.
Saeed caricava il cadavere sulla moto o nella macchina, nascosto in un sacco. Lo abbandonava fuori città, in campagna. Il giorno dopo telefonava a un giornalista e dava indicazioni per consentire il ritrovamento del corpo e per rivendicare il delitto.
Qualche volta si mescolava alla folla dei curiosi, mentre il povero corpo veniva recuperato.
Il giornalista, sempre lo stesso, registrava la telefonata su un’audiocassetta.
«Perché non hai dato le registrazioni alla polizia?» chiede la giornalista venuta da Teheran al collega.
«È meglio non farsi vedere troppo solleciti, troppo insistenti. Meglio non dare fastidio» risponde il giornalista.
Non bisogna farsi vedere troppo desiderosi di risolvere la catena di delitti, dato che le vittime sono prostitute.
La polizia non s’impegna.
Per farsi aiutare a mettere in trappola l’assassino fingendosi prostituta, la giornalista dice al collega:«Io vado comunque, se mi aiuti o se non mi aiuti» (sottinteso: «Se non mi aiuti sei una merda»). Per fortuna il collega, un bravo ragazzo molto impaurito (più dalle autorità che dal mostro), trova il coraggio necessario per aiutarla.

Seguendo la stessa tecnica e agendo nelle stesse zone della città, tra il 2000 e il 2001 Saeed aveva ucciso sedici prostitute.
Per quale motivo agiva? Per ripulire la “città santa” dal peccato.
Con la fede, con le sue profonde credenze religiose, giustificò il suo comportamento nel corso del processo.

Sicuramente aveva motivi più profondi che mascherava, forse anche a se stesso. Ammazzava le prostitute, non i loro clienti, che, secondo la sua mentalità, vivevano anch’essi nel peccato.
Credo che dietro la forte spinta a rivivere una situazione pericolosa, nonostante il rischio continuo di essere scoperto, ci fosse il desiderio di possesso totale di un corpo femminile: una spinta sessuale amplificata da tabù religiosi che hanno un legame con la sessualità.
Questo aspetto è evidente in una scena del film. Saeed, sorpreso in casa dalla moglie dopo un delitto – la donna è rientrata prima del previsto e non si è accorta di nulla – dopo avere frettolosamente avvolto la vittima dentro a un tappeto arrotolato, avvia un rapporto sessuale con la moglie e si scatena guardando un piede della vittima non ben nascosto dal tappeto. Lo strangolamento della povera prostituta lo ha fortemente eccitato.
L’assassino seriale fu condannato a morte per avere ucciso sedici donne e a subire, prima dell’impiccagione, cento frustate per gli atti di libidine compiuti sul corpo delle vittime. Dunque la religione gli era servita per nascondere, per mascherare le vere spinte profonde.

Costringere le donne ad andare in giro coperte dalla testa ai piedi, a camuffare il corpo dentro abiti goffi, a nascondere i capelli e parte del viso, a farsi guidare, controllare, tutelare dagli uomini, ha come conseguenza la spinta a possederle come fossero oggetti.
Paradossalmente i due estremi si toccano: le donne nude, ammiccanti, trasformate in bambole sessuali nei bordelli dei paesi occidentali e le donne castigate nei paesi islamici, mortificate, prive di libertà e di autodeterminazione, suscitano gli stessi istinti di morte.
Non si gioca impunemente con Eros e Thanatos.

In Iran il tradimento sessuale è associato alle frustate e alla lapidazione, a un’azione violenta sul corpo inerme della “colpevole”. Ciò che Saeed fa da solo altri uomini fanno in gruppo o per mestiere (il boia), autorizzati dai sacerdoti.
Teoricamente il rigido controllo sessuale si esercita sugli uomini e sulle donne, però gli uomini possono fare ricorso all’ipocrisia (matrimoni combinati, vecchi che comprano bambine, poliginia); per le donne la legge è ferrea.

Il film è un thriller particolare: non c’è un colpevole da scoprire. Conosciamo l’assassino fin dall’inizio, lo vediamo muoversi nel suo ambiente, nella famiglia, sul lavoro e mentre compie gli omicidi.
La suspense è legata a un altro aspetto del racconto: riuscirà la giornalista proveniente da Teheran a salvarsi dalle grinfie del poliziotto? («Che fai, chiami la polizia? Io sono la polizia»).
Riuscirà a salvarsi dal sacerdote che sa tutto di lei? Sa anche che la giornalista lo disprezza perché è un piccolo uomo che nasconde i suoi istinti perversi dietro il fanatismo religioso.
Una domanda crea per me un’ulteriore sospensione: perché la giornalista non scappa da quella prigione? (Il regista Ali Abbasi, iraniano di nascita, naturalizzato danese, vive in Danimarca).
Lo so, sono limitato: io scapperei.
L’Iran del film è un paese nel quale la gente solidarizza con un mostro, perché è un “bravo” padre di famiglia (dà lezioni terribili ai figli, in particolare al primo maschio), è religioso e ha cercato di liberare la città santa dalla cosiddetta sporcizia: donne povere, donne tossicodipendenti, donne libere che vogliono disporre del proprio corpo.
Non sappiamo quanti hanno questo atteggiamento favorevole a un assassino, ma nel film sembra che siano la maggioranza. Probabilmente gli altri non possono manifestare i propri sentimenti.
Lo difendono i vicini di casa, la moglie, il primo figlio (gli altri figli sono bambini) che sembra volerlo emulare quando sarà grande. Lo proteggono, di nascosto, i capi politici e religiosi; persino, in prigione, lo protegge il giudice che deve rimproverarlo durante il processo e alla fine deve condannarlo perché ci sono gli occhi del mondo, ci sono i giornalisti stranieri e non si può far capire in quale baratro l’Iran è precipitato.

Un film horror è come un sogno: rappresenta gli incubi presenti nell’inconscio. Se è fatto bene, l’orrore svanisce con i titoli di coda; mentre scorrono ci risvegliamo dall’incubo in cui siamo entrati.
In questo film l’orrore non si trova nell’inconscio ma nell’esperienza quotidiana: lo ritroviamo leggendo i giornali, seguendo ciò che accade in un paese dominato dai sacerdoti fanatici, guardando, con sgomento, le immagini dei giovani impiccati nella pubblica piazza, le immagini dei corpi raccolti nei sacchi della spazzatura, ammassati per strada.
In Iran l’orrore generato dalla fede fanatica è parte della vita di tutti i giorni.
La religione si è sovrapposta a una cultura patriarcale diffusa e l’ha rinforzata.
Il mostro che ammazza sedici donne e alla fine viene catturato per l’intervento di una giornalista coraggiosa è solo il più sprovveduto. Alla fine il tribunale lo condanna perché il regime non vuole dare nell’occhio e non ha bisogno di un boia: ne ha tanti a disposizione.
Gli altri mostri si annidano nelle famiglie cosiddette normali e tra i sacerdoti col tubino in testa, la lunga barba e lo sguardo ieratico.