(17 settembre 2019 h 17.30)
Cinema Flora Atelier Firenze – piazza Dalmazia, 2r

Napoli e dintorni
// Il buco in testa // Come prima // Nostalgia // È stata la mano di Dio // Il bambino nascosto // Ariaferma // Qui rido io // Il mare non bagna Napoli (libro) // Il sindaco del rione Sanità // Martin Eden // 5 è il numero perfetto // La paranza dei bambini // Il vizio della speranza // Achille Tarallo // Cinema Moderno (articolo) // Una festa esagerata // Napoli velata //

Emoziona, forse emoziona solo chi ha trascorso l’adolescenza a Napoli negli anni ‘70, l’irrompere della voce bassa, baritonale, di Daniele Pace (la erre moscia napoletana di Daniele, che ho anch’io, mi ha suggerito irrompere).
Poi, dopo che Martin è stato costretto a fermarsi per un po’ di tempo a Genova, irrompe Vogliə e turnà di Teresa De Sio. La sua voce, melodiosa, oscillante come le onde del mare, richiama un’epoca!
A Napoli si ha sempre voglia di tornare, quando si è lontani. Poi, se veramente si torna in via definitiva, spesso ci si pente. Lo dico per esperienza, non mia personale (non ho mai pensato di tornare), ma di altri napoletani fuori sede che ho conosciuto.
O mia bela Madunina, di Giovanni D’Anzi (1934), mi sembrava un po’ offensiva nei confronti di povera gente che emigrava per sfuggire alla miseria.
In italiano, perché in dialetto milanese non so scrivere, diceva: «Dicono: “lontano da Napoli si muore”, ma poi vengono qui a Milano».
Per forza, caro maestro D’Anzi: nel posto dove sono nati c’è la miseria, emigrano per trovare lavoro e possibilità di una vita dignitosa per sé e per la propria famiglia.
Ma so che D’Anzi amava la musica napoletana e ho letto che concepì questi versi quasi come uno scherzo rivolto ai suoi amici meridionali.
Non tutti emigrano per vivere meglio.
Io, per esempio, come, credo, alcuni di quelli che s’imbarcano per raggiungere le nostre coste, a un certo punto ho deciso: la morte non mi troverà dove sono nato. Forse neanche dove sono ora.
Diritto all’emigrazione; diritto a non vedere intorno gli stessi posti per tutta la vita.
La polemica di quelli che vorrebbero distinguere tra emigranti che fuggono dalla guerra e emigranti economici è una stronzata (non a caso la sostiene Salvini).
Emigriamo perché abbiamo il diritto di andare dove ci pare (se non facciamo male agli altri). La Terra appartiene a tutti.

Martin Eden è un marinaio: ogni tanto parte su una nave, è il suo lavoro. Strappa qualcosa agli sfruttatori che non vogliono pagarlo, usa anche i pugni quando serve, poi torna. Ha la coscienza dei propri diritti e della classe sociale a cui appartiene.

Prende il treno per andare via. Fino a quel momento quasi non aveva famiglia: viveva con la sorella sposata, con il cognato rozzo, meschino, aggressivo. Martin è troppo intelligente per lui; non si sopportano.
Va verso l’interno, si ferma in provincia, in un posto di campagna, a casa di una vedova con due figli che ha conosciuto casualmente sul treno; si unisce a questa famigliola.

Belle immagini, alcune di archivio, un grande interprete: Luca Marinelli, giustamente premiato a Venezia.

Il film, liberamente tratto da un libro liberamente autobiografico di Jack London, ha una buona partenza: l’ingresso nella famiglia borghese, ricca e istruita, dello scugnizzo napoletano che non ha completato le elementari.
Legge e scrive a stento; sa solo guadagnarsi la vita sulle navi e far valere i propri diritti, usando le mani, i pugni, quando occorre.
Martin è intelligente, osserva tutto con attenzione, impara.

Decide di diventare scrittore: si è innamorato a prima vista della ragazza, della sua casa, piena di quadri e di libri, del modo di vivere borghese; vuole scrivere per raccontare l’ambiente che conosce: la miseria, la strada.
Quando lei obietta che i suoi racconti sono tristi, la porta in giro, la trascina letteralmente nei posti malfamati, pericolosi, abitati da ladruncoli e prostitute. In quei posti Martin è nato e cresciuto.

L’idea di ambientare il romanzo di Jack London a Napoli è geniale, perché a Napoli diventa automaticamente attuale, e poi: in quale altro posto trovi quelle immagini e quella lingua non retorica? È retorico solo l’italiano della ragazza e della sua famiglia borghese, retorico perché con quella lingua la ragazza propone a Martin: trovati un lavoro in un ufficio, il signor Gargiulo da semplice fattorino è diventato nostro contabile, rinuncia ai tuoi sogni.

Nel mio sogno, la notte dopo avere visto il film, Martin è una donna e mi guarda con aria di sfida.
Quesito per aspiranti psicanalisti: il candidato, tenendo conto che mia madre si chiamava Martina, fornisca una spiegazione del sogno, coerente con la visione del dottor Freud, ovviamente aggiornata.
Gli elementi a disposizione sono, naturalmente, molto limitati (altrimenti la “resistenza” che ci sta a fare?). L’inconscio non vuole essere spiegato, non si cura dell’interpretazione psicanalitica più di quanto si curi dell’utilizzo che alcuni, soprattutto a Napoli, ne fanno per indovinare i numeri del lotto.

Aggiungo che la donna del sogno non assomiglia a mia madre e neanche all’attore protagonista del film (dite la verità: la vostra spiegazione aveva già preso una piega); la donna si chiama Martin, di questo nel sogno non mi meraviglio, è molto giovane e, ripeto, mi guarda a lungo con aria di sfida; mi intimidisce. Non ricordo altro.

È consentito ai candidati rivolgere improperi all’autore del quesito. Vietato il lancio di oggetti contundenti.

Mi piacciono molte cose di questo film; ne elenco alcune.

La metafora della “scarpetta” nel piatto con il pane per recuperare tutto il sugo, dopo avere mangiato la pasta: «Se il sugo è la povertà e il pane è l’istruzione, facendo la scarpetta la povertà sparisce»; chi ha patito la fame non butta via niente e si riempie la bocca, divora il cibo (se si conosce solo l’appetito si fanno bocconcini piccoli, si mangia con educazione).

L’espressione «Mègliə mangià vəlénə chə faticà cu te» (utilizzo in abbondanza gli accenti tonici, non strettamente necessari, per agevolare la corretta pronuncia; per il simbolo ə, vedere la nota in fondo al commento al film Achille Tarallo, di Antonio Capuano).
«Meglio mangiare veleno che lavorare con te»; Martin sputa questa espressione in faccia al cognato, prima di andarsene.
È come un pugno in un occhio, esempio di una lingua precisa, efficace; infatti il cognato reagisce con rabbia a una frase che non può prestarsi a interpretazioni; significa una cosa sola: ti disprezzo.
Notare che, pur avendo lo stesso numero di parole della traduzione in italiano, ma meno sillabe (e il suono vocalico indicato con la schwa), è molto più espressiva.

Fra le cose che mi piacciono ho già citato la colonna sonora: Piccəré; Vogliə e turnà; Lu cardillo, di anonimo.

Mi piace la coppia di ragazzi che ballano leggeri; credo siano il ricordo di Martin di quando ballava con la sorella, la povera sorella che ha sposato un uomo rozzo, irascibile, che ha formato una famiglia tradizionale, una famiglia in cui le donne avevano solo il diritto di invecchiare, di crescere i figli, di dedicarsi interamente ai membri di un clan ristretto (soprattutto al marito) e se capitavano in mano a un animale lo dovevano sopportare per tutta la vita.
In alcuni casi la famiglia tradizionale era lo stupro legalizzato (come dove comandano gli islamisti fanatici).

I meravigliosi velieri; l’ultimo, quello che affonda, sullo schermo sembra finto. Quindi è finto, anche se non lo è (Fellini preferì rifare il mare a Cinecittà, per farlo più vero del mare vero).

Mi piacciono anche altre cose (con qualche riserva), però il film dura troppo.
Avrebbe guadagnato da un montaggio più veloce, da una maggiore sintesi, dal taglio drastico di alcune scene.

Il personaggio dello scrittore Russ Brissenden, disteso sul divano nei salotti borghesi e negli ambienti anarchici, è quasi inutile (dispiace per Carlo Cecchi, che lo interpreta), perché non approfondito, mostrato solo attraverso certe pose e un linguaggio retorico (sembra la presa in giro di quelli che oggi sono chiamati radical chic).

Questo personaggio svolgeva una funzione nel libro, ma il film è liberamente tratto dal libro (che, peraltro, è un’autobiografia molto libera e in terza persona); non sapendo raccontare il personaggio, sarebbe stato meglio eliminarlo.

Nel film non si capisce la depressione di Martin Eden, proprio quando è riuscito a realizzare il suo sogno, diventare scrittore, e ha raggiunto l’apice del successo.
Possibile che tutto dipenda dal respingimento della donna amata, che, peraltro, alla fine lui stesso respinge brutalmente? Nel film sembra un’esagerazione.

Era un ragazzo cresciuto in strada, scugnizzo desideroso di migliorarsi e capace di imparare da autodidatta, tanto da diventare scrittore: Raffaele Viviani, Guaglionə: « … dicettə: nun po essərə, sta vitə addà fərnì. Pigliaiə nu sillabbariə, “Rafelə miə fa tu”. E mə məttettə a corrərə, cu a … e … i … o … u», «… mi dissi: non è possibile, questa vita deve finire. Presi un sillabario: “Qui si parrà la tua nobilitate”. E mi misi a correre, con le lettere, con le parole».

Uno così, intelligente e determinato, che ha fatto tanti sacrifici per costruirsi, com’è che diventa un intellettuale abulico e strafottente? (una specie di … lasciamo perdere; ce ne sono molti in televisione pagati per urlare, offendere e provocare).

Ci sono troppe cose in questo film; la parte politica (gli operai, i socialisti, Spencer, il darwinismo sociale) è un po’ accennata, un po’ confusa con le questioni personali.
Non si capisce, nel film, che cosa contrappone Martin ai socialisti; sì, è vero, ci sono i comizi, ma al cinema i lunghi discorsi distraggono, specialmente se sono fatti due volte nello stesso modo (il comiziante esagitato; i lavoratori lo interrompono e stanno lì lì per picchiarlo).

Sfugge, concentrando l’attenzione sul contrasto, che sta per esplodere, con la ragazza e con la sua famiglia, l’importanza della frase che Martin dice a pranzo per spiegare la propria posizione in quella caldaia in ebollizione che fu l’inizio del secolo breve: «A Napoli non c’è nessuno più individualista di me, voi borghesi siete i veri socialisti» (vado a memoria).

Per affrontare il tema politico al cinema bisogna utilizzare i modi propri del cinema, come nel film di Mario Monicelli I compagni (1963).

Soprattutto, in ogni film i personaggi, particolarmente il personaggio principale, anche se si trasformano, devono essere coerenti, devono essere se stessi.

Il Martin Eden della prima parte non sembra lo stesso della seconda parte; non si capisce come questa trasformazione sia avvenuta e non si comprendono fino in fondo le ragioni del suicidio finale, che arriva alla sprovvista, sembra conseguenza di una depressione e di quell’«è scoppiata ‘a guerra» che un vecchio gli sussurra mentre è in contemplazione sulla spiaggia.

Peccato, perché gli attori sono molto bravi e nel film ci sono scene e immagini che restano impresse nella memoria, per quanto sono belle.
E, forse, influenzano i sogni.