(24 ottobre 2022 h 18.15)
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

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Questa volta l’insegnante pensionato rischia di trovarsi letteralmente per strada in quanto l’appartamento dove vive da anni in affitto sta per essere occupato dalla figlia della padrona di casa, che si sposa.
L’insegnante pensionato è, naturalmente, Gianni Di Gregorio, un regista e attore che si è specializzato, negli ultimi anni, nella rappresentazione della vecchiaia.
Nessun dramma della solitudine, niente Alzheimer, nessun conflitto in famiglia o grave rimorso, di quelli che investono molti dopo una lunga vita, fatalmente piena di errori.
La vecchiaia può avere un lato sereno. È il lato che Gianni Di Gregorio si è riproposto di rappresentare, come regista, autore, attore.

È serena la mamma di Gianni, nonostante non sopporti gli altri vecchi che il figlio ha riunito per il Pranzo di Ferragosto (2008).
È il film che ci ha fatto scoprire questo regista e innamorare del suo modo garbato di fare cinema, del suo umorismo sottile e raffinato.
Prima di allora non sapevamo chi fosse; eppure avevamo il suo nome davanti agli occhi da molto tempo, nei titoli di coda che io guardo fino alla fine (siamo in pochi a rimanere seduti mentre quelli davanti ci danno fastidio, alzandosi e preparandosi a uscire). Non mi piace interrompere l’ascolto della musica che solitamente accompagna lo scorrere dei titoli; mi piace cercare  qualche nome familiare: massima soddisfazione se trovo Gennaro Esposito nei titoli di coda dei film americani (nei film di Spike Lee c’è spesso Giancarlo Esposito, in Fa’ la cosa giusta interprete di Buggin Out, uno abbastanza out).
Pochi di noi, forse solo gli addetti ai lavori, si ricordavano di avere letto il nome sullo schermo: aiuto di registi importanti (Garrone e Sorrentino) e sceneggiatore.
Nel 2008 uscì Pranzo di Ferragosto, di e con Gianni Di Gregorio, girato con pochi mezzi a casa sua e nei quartieri che frequenta, a Roma; vedemmo i suoi attori – alcuni presi dalla strada o in una casa di cura per anziani – recitare con naturalezza, in una lingua plastica, divertente, efficace (il romanesco può essere molto bello). Scoprimmo la grande Valeria De Franciscis, purtroppo deceduta, che nei primi due film interpretava la mamma di Gianni.
Ci sembrava di essere anche noi tra gli invitati e se ci avesse invitati per una particina o anche solo per stare tutti insieme a Ferragosto, non ci saremmo sentiti a disagio.
A casa di Gianni – del suo personaggio e, credo, anche dell’attore – nessuno si sente a disagio, nonostante il personaggio sia un professore in pensione (l’attore-regista ha studi classici nel curriculum) e possa vantare un antenato duca appeso alla parete che guarda un po’ crucciato da un grande quadro (nell’ultimo film).

Gianni può dire con naturalezza i primi versi di Le rimembranze di Giacomo Leopardi e nessuno si sente a disagio, nessuno pensa che serva a mettere una distanza con il vecchio che si è invitato da solo a casa sua («Non c’era nessuno! Il letto, però, non l’ho toccato, mi sono sistemato su una poltrona»).

Nei film che, si può dire, sono scaturiti dal primo (un premio in un concorso a cui aveva partecipato) ha utilizzato anche attori professionisti; ricordo, in Buoni a nulla (2014), Marco Mazzocca e Marco Messeri, in Lontano lontano (2019), Giorgio Colangeli e Ennio Fantastichini nella sua ultima interpretazione. Una interpretazione col cuore (forse a Roma si dice de core), di un uomo che ha lasciato un segno importante nel cinema e un grande ricordo.

Gianni Di Gregorio racconta la vita con garbo: tra un film e l’altro si snoda una specie di diario. Affronta temi delicati, come il rapporto con le donne che, naturalmente, con l’età ha subito cambiamenti, è diventato sfumato, impalpabile; in Gianni e le donne (2011) si parla senza reticenze dei problemi sessuali nella terza età, sempre mantenendo il tono garbato e un distacco che genera umorismo (quante volte avrò scritto garbo, garbato, parlando di questo signore e dei suoi film!).
C’è sempre un cugino, un amico più risoluto, facilone e un po’ antipatico, che spinge Gianni, remissivo e pigro, a fare delle cose.
Nei suoi film la serenità dei vecchi viene dall’accettazione della propria condizione, sempre più diffusa (lo dicono le statistiche: dalle nostre parti si campa molto e ci si riproduce poco).
Il segreto è accettare i limiti imposti dall’età, sfruttando tutte le possibilità, anche l’amore, se capita, senza rendersi ridicoli.

I vecchi di Gianni Di Gregorio, e lui stesso, non si rendono mai ridicoli; sono divertenti, ma seri. Hanno problemi economici, ogni tanto un leggero mancamento causato da sbalzi di pressione (l’età è quella che è), coltivano sogni di viaggi a cui rinunciano per pigrizia e per generosità, non s’illudono di essere ancora giovani (come quelli che dicono “mi sento giovane dentro”. Dentro dove? Nella pancia?). Sanno godersi un buon bicchiere di vino, un piatto di pasta e fagioli o il ragù con gli odori giusti, ma possono accontentarsi di un panino con la porchetta e una fetta di cocomero mangiati per strada con gli amici, come allegri vagabondi. Immancabile il caffè/cornetto a colazione, ma, soprattutto, immancabili gli amici: qualunque vecchio incontrato in giro, quello che ha occupato la poltrona nella vecchia casa, quello che si è offerto di fare la spesa.

Immediatamente fanno gruppo; non solo i vecchi, alcuni giovani si aggregano volentieri alla compagnia: il ragazzo africano che sogna di trasferirsi in Canada, il ragazzo che ripara i fornelli del gas e poi decide: «Va bene, da nonna vado un’altra volta, resto a mangiare con voi».
Bisogna dire che solo nei film capita di incontrare Stefania Sandrelli (l’attrice e il personaggio), però loro sono disponibili all’incontro, alla novità. Se poi non capita: pace, sarà per un’altra volta. In questo senso sono giovani, anche se non si atteggiano a giovani dentro. E non si rendono ridicoli.

Raramente le cose, nella realtà, si mettono bene come, alla fine, accade nel film, nonostante il comportamento sbadato e sprovveduto del protagonista.
È una favola: vediamo chi sono i lupi cattivi che, come in tutte le favole, non possono mancare.

Il prete vicino di casa ha allargato i possedimenti della parrocchia con la scusa della “beneficenza”, fino a comprendere il salone della casa di Astolfo, messo a disposizione dei giovani che “hanno il diritto di incontrarsi” a spese degli altri. Lupo ipocrita e ambiguo: sfruttatore della religione.

Il sindaco ha espropriato il bosco a nome del comune, l’ha comprato a poco prezzo a nome suo e ci ha costruito la villa: tutto legale, regolare. Lupo politico: sfruttatore delle istituzioni democratiche.

I figli di Stefania, gelosi non tanto della madre, che trattano come non avesse diritto alla sua libertà, ma della futura eredità; sfruttatori dell’affetto materno: se la mamma trova un barlume di felicità tutta sua, chi farà la babysitter gratuita ai nipotini?
Qui mi viene in mente il libro Le nostre anime di notte di Kent Aruf, commentato su questo sito in data 27 aprile 2020, quando i cinema erano chiusi: non ce lo dimentichiamo.
La situazione, nel film, è simile a quella del libro: due persone anziane in cerca di un po’ di felicità personale, figli che negano, come cosa naturale, il diritto dei genitori a non essere sfruttati e ricattati con l’”affetto”.

Come in tutte le favole, i lupi cattivi “tózzano”, come si dice a Napoli (urtano contro un ostacolo che non ce la fanno a superare), non riescono a intromettersi e a impedire l’incontro di Astolfo e Stefania. Non tutti i lupi cattivi tozzano, perché il prete e il sindaco sono ossi troppo duri per riuscire a rosicchiarli: non sappiamo come andrà a finire in un posto dove la gente continua a confermare il potere del prete e del sindaco e si limita ad applaudire quando Astolfo, giustamente, gli salta addosso mettendosi nei guai e salvandosi solo perché anche il maresciallo dei carabinieri è persona garbata.
Ma Astolfo passa sopra ai soprusi: ha constatato di persona che le cose a cui diamo tanta importanza si perderanno, spariranno dalla memoria e finiranno sulla luna.
Quali cose?
“Le lacrime e i sospiri degli amanti, / l’inutil tempo che si perde a giuoco, / e l’ozio lungo d’uomini ignoranti, / vani disegni che non han mai loco, / i vani desideri sono tanti, / che la più parte ingombran di quel loco: / ciò che in somma qua giù perdesti mai, / là su salendo ritrovar potrai. / Passando il paladin per quelle biche, / or di questo or di quel chiede alla guida. / Vide un monte di tumide vesiche, / che dentro parea aver tumulti e grida; / e seppe ch’eran le corone antiche / e degli Assiri e de la terra lida, / e de’ Persi e de’ Greci, che già furo / incliti, ed or n’è quasi il nome oscuro.” (Ludovico Ariosto, Orlando furioso, canto XXXIV).

Se il nome di popoli un tempo gloriosi oggi è oscuro, dimenticato, figuriamoci che fine farà il nome, insieme alla villa e alla macchina, del sindaco, che fine farà l’ipocrisia dell’ambiguo prete.
Finiranno sulla luna.
Questo pensa Astolfo, che ha visto tutto ciò che è stato dimenticato dagli uomini e abbandonato lassù. Nel film più di una volta lo vediamo guardare il cielo, di sera, dalla finestra della casa antica. Sta ripensando al suo viaggio?

C’era una volta tutto un filone di commedie garbate e profonde; ora è rimasto solo Gianni Di Gregorio a proporre un punto di vista inconsueto, sorprendente, come vedersi capovolti, sospesi al soffitto, per un gioco di specchi, nell’opera How do we live together? di Olafur Eliasson a Palazzo Strozzi. Nella foto sono quello che punta in alto e scatta. Sarà un mio limite, ma è l’unica opera che ho trovato interessante. Le altre mi sono sembrate inutilmente ripetitive di una tecnica. Grande delusione causata dai “visori di realtà virtuale”, scomodi e preceduti da una lunga fila.
La mostra si chiama Olafur Eliasson – Nel tuo tempo.