
21 gennaio 2026 h 16.30
Cinema Principe Firenze – Viale Giacomo Matteotti
Altri film del regista: // Loro // The Young Pope // È stata la mano di Dio // Parthenope //
I vecchi: diversi modi di invecchiare
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“La Grazia”, regia di Paolo Sorrentino. En français sur www.giovanniguarino.org
A Paolo Sorrentino piace giocare con le istituzioni, fino a renderle incredibili.
Nella serie “The Young Pope” aveva immaginato un papa giovane americano e bello.
È possibile che dalle urne del Conclave, per una serie di circostanze, di scelte o casualità, esca un americano. Nel 2025, per la prima volta, è accaduto, ma non è giovane e bello, con tutto il rispetto.
Qualche dubbio viene sulla possibilità che uno con l’aspetto di Jude Law rimanga prete fino a essere eletto papa.
Non scommetterei un euro sulla durata della sua vocazione, considerando che i preti accedono alla intimità delle donne attraverso la confessione.
Al confessionale di don Jude si formerebbe una fila di belle ragazze in attesa di raccontargli i pensieri e gli atti segreti, anche quelli che ai miei tempi i preti chiamavano impuri.
Purtroppo la Chiesa, maestra in tante cose, ha deciso di ignorare la spinta sessuale e persino gli ormoni. Quanto avrebbe potuto resistere don Jude?
In “The Young Pope”, che ho visto in due pomeriggi in DVD perché non sopporto gli appuntamenti televisivi, c’era tutta una storia di come quel bambino abbandonato dai genitori hippy in un istituto cattolico, adottato da suor Mary, fosse passato dall’istituto, divenuto la sua famiglia, al seminario, fosse stato scelto dal cardinale Spencer e avesse percorso una notevole e veloce carriera ecclesiastica, per trovarsi alla fine, con una trama poco verosimile, ma dotata di coerenza interna, sul soglio di Pietro.
Eppure il giovane papa ricorda e racconta all’amico monsignor Gutierrez che quando stava per entrare in seminario aveva avuto l’occasione di conoscere, si capisce in senso biblico, su una spiaggia, una ragazza bruttina – ma nel ricordo bellissima – e ciononostante si era auto condannato al celibato a vita.
Avrà avuto i suoi motivi! Ipotesi: posto sicuro, tetto garantito, possibilità di promozioni importanti. Forse la famosa vocazione è questo.
Diventa papa con il nome Pio XIII e si mette subito al di sopra della legge: vieta il fumo a una sua ospite, poi fuma nella stessa sala in cui il suo predecessore aveva vietato il fumo. Il papa, in quello strano reame assoluto, è la legge.
Se Sorrentino non avesse fatto una serie ma un film in due atti, come “Loro”, avrebbe al suo attivo un altro grande film (io sono stato conquistato, anni fa, da “Le conseguenze dell’amore”), grande anche solo per quel magnifico incipit che richiama “La nona ora” di Maurizio Cattelan, con Wojtyla abbattuto da un meteorite.
Purtroppo le serie sono diluite e dopo la terza puntata, quasi tutte, stancano. Questa è l’ipotesi presuntuosa di uno che ne ha viste poche, sempre su DVD, e si è stancato anche con la più bella delle poche che ha visto (“I Sopranos”), ma in questo caso si è stancato più avanti della terza puntata.
Ricordo che cercai l’intera serie dopo avere constatato che ogni puntata, raggiunta casualmente, senza collegamento con le precedenti, mi lasciava una sensazione di perfezione del piccolo film che avevo visto, un po’ come ogni puntata dell’antica serie televisiva “Alfred Hitchcock presenta”, che fu la prima scoperta del grande regista.
Credo di avere perduto dei capolavori per andare dietro alla mia idiosincrasia: non voglio arrendermi alla televisione.
Chi diventa insopportabile in“The Young Pope”? Il cardinale Voiello, i preti, le monache, il papa giovane, bello e arrogante. Nun cə nə fərimmə chiù di vederli, sempre uguali, contorti ma uguali a se stessi, quasi maschere.
“Nun cə nə fərimmə chiù” – con pronuncia della c palatale, dolce, e con la /ə/, vocale intermedia compresa tra /a/ ed /e/ (la stessa dell’articolo nell’inglese “a man” o del francese “Je suis”) – in napoletano vuol dire: non ce la facciamo più (a vederli sullo schermo).
Prima persona singolare: “Nun mə nə firə” = Non ce la faccio.
Poi: “Nun tə nə firə”; “Nun sə nə firə”.
Le persone plurali: “Nun cə nə fərimmə“; “Nun və nə fəritə”; “Nun sə nə fìrənə”.
La bellezza della lingua napoletana!
Nel film “La Grazia” c’è un’altra cosa insopportabile: l’abitudine diffusa nell’alta borghesia napoletana di usare vezzosi vezzeggiativi che non hanno nulla a che fare con i nomi.
Non si tratta di Peppe al posto di Giuseppe o Giuànn al posto di Giovanni. Questi sono la traduzione in napoletano dei nomi. Ma che c’entra Dudù, se non è riferito a un gatto o a un cane ma a uno stimabile scrittore napoletano? In famiglia: passi, anche se, dopo una certa età, è ridicolo. Ma gli estranei? Come mai Raffaele La Capria non si è ribellato? «Str..zo, stai chiamando un cane? Che diresti se ti chiamassi RinTinTin o Lassie?».
Si vede che gli piaceva. A me no, anche se riferito a lui. Naturalmente aveva tutto il diritto di farsi chiamare così, io ho tutto il diritto di dire che non mi piace (ogni volta bisogna mettere le mani avanti con il politicamente corretto: guai a offrire il destro all’accusa di voler imporre il proprio gusto!).
Nel film è insopportabile il nome Coco dell’amica, che viene pronunciato Cocò, alla francese; anche perché Coco diventerebbe facilmente Cocco (sulla spiaggia: «Ó cocchə ó cocchə!»). Peccato! Un personaggio simpatico chiamato come un odioso chihuahua, di quelli che si attaccano alla scarpa e guai a impedirgli di afferrare i lacci nelle fauci serrate e di tirare rabbiosamente: la padrona si piglia collera. (Anche qui precisiamo: amo i cani ma non mi piacciono i chihuahua, soprattutto quelli col cappottino … de gustibus …).
Questi soprannomi fanno pensare alla scena comica raccontata nello spettacolo teatrale di Bruno Garofalo “Novecento Napoletano”.
Conversazione tra due gagà (giovanotti che ostentavano eleganza nel modo di parlare e nel vestire):
«Dudù!», «Cocò!», «Qui a Napoli è una noia. Si vuó fa ‘na cosa eccentrica devi andare a Paris, dove c’è una nuova invenzione: il Cinéma», «Ne ho sentito parlare. Raccontami: come funziona questa nuova invenzione?». «Tu stai in mezzo a tanta gente, la sala diventa buia e quello che succede davanti a te è il Cinéma». «In mezzo a estranei?», «Sì», «Al buio?», «Sì». «Io non mi fiderei!».
Dei Cocò e dei Sasà meridionali parla Alfio Squillaci in un post del 30 gennaio 2006 e in un libro molto interessante (“Controsicilia. A morsi e a baci”, Città del Sole, 2023), facendo riferimento a un articolo di Gaetano Salvemini pubblicato su «La Voce» il 3 gennaio 1909 intitolato “Cocò all’Università di Napoli”.
La Cocò del film non fa pensare ai giovani descritti da Salvemini, “che vivacchiano all’Università tra bevute e giocate, invece di studiare, spendendo così i denari inviati dalla famiglia dal paesello”. Mi pare sia una giornalista compagna di scuola del presidente, quasi persona di famiglia, libera di esprimersi come meglio crede e con abbondanza di espressioni poco usate in quell’ambiente.
A Paolo Sorrentino piace giocare con le istituzioni, fino a renderle incredibili.
Nel film “La Grazia” il regista gioca ancora una volta con il papato, immaginando che sul soglio di Pietro sia salito un nero con i capelli rasta e il codino.
È possibile che un giorno questo accada, ma in quel giorno la chiesa cattolica non sarà più quella di ora, sarà un’altra cosa che non riusciamo a immaginare.
Potrebbe essere un cambiamento positivo o negativo, l’evoluzione verso la santità o verso lo spettacolo. Non sappiamo.
Non appena questo papa appare, il film diventa distopico, proiettato in un futuro remoto; non ricordo come si chiama il personaggio, ma potrebbe chiamarsi Louis Armstrong III o Michael Jackson IV.
Se il film si svolge in un imprecisato futuro, con un robot a guidare – così sembra – i corazzieri che scortano in borghese la passeggiata del presidente, la coerenza interna al film impone che anche l’altra istituzione bombardata dal regista sia profondamente diversa dall’attuale.
Invece il presidente interpretato da Toni Servillo addirittura è un ex democristiano.
È ragionevole pensare che in un imprecisato futuro, così lontano dal presente da avere come papa Louis Armstrong III o Michael Jackson IV, la Democrazia Cristiana si trovi solo nei libri di storia antica.
In questo film il papa e il presidente della Repubblica non sono contemporanei.
Se il papa è quello del film, il presidente non può essere il soprannominato “cemento armato”, non può essere una specie di Oscar Luigi Scalfaro (nel senso di decisionista e dubbioso nello stesso tempo), non si fa sconvolgere dal tradimento della moglie avvenuto quarant’anni prima.
Il presidente e la figlia sembrano imbalsamati e prigionieri di una noia mortale: sempre vestiti di tutto punto, anche quando sono da soli in casa, lui sempre coperto di stoffe pesanti. Vivono le giornate nei saloni inospitali, siedono su poltrone scomode, tenendosi diritti, guardati da un corazziere che finge di non esserci, da un segretario che appare all’improvviso e finge di volergli bene.
Sembra non abbiano un po’ di intimità, anche quando leggono o studiano o si scambiano opinioni tra padre e figlia, non tra capufficio e segretaria particolare.
La figlia ha uno scatto di nervi. Quì ci vuole il napoletano: nun sə nə firə chiù (non ce la fa più).
In tutto il film il presidente ha un solo momento di rilassamento, alla fine, dopo che si è dimesso, quando risucchia rumorosamente il brodo insieme a Cocò, l’unico personaggio simpatico che ci solleva un poco dalla depressione indotta dai comportamenti istituzionali di tutti gli altri personaggi, da cui non si possono discostare per non dare l’impressione di essere impazziti.
Il presidente del film ha almeno due momenti di impazzimento: al funerale della moglie, quando Cocò lo richiama al controllo(«Che stai facendo? Torna al tuo posto!») e quando, accecato dalla gelosia, accusa il politico amico destinato a succedergli di avere avuto un rapporto con la moglie defunta, addirittura quarant’anni prima.
Con l’astio che dimostra si può immaginare come abbia tormentato la moglie, prima che andasse all’altro mondo («Dimmi, avanti dimmi, come, quando, con chi, quante volte?»).
Ma come poteva la povera donna tradirlo con il suo migliore amico se l’amico è più o meno imbalsamato come lui?
È più verosimile la parentesi lesbica della moglie con la migliore amica, la sullodata Cocò, un personaggio un po’ più interessante di quegli uomini rigidi come catafalchi e pesanti come bare di mogano.
Eppure l’amore finalmente rivelato da Cocò in un mare di lacrime (che delusione! Ci sembrava allegramente cinica) potrebbe essere un’altra finzione di quel mondo che seppellisce la verità nei pesanti, probabilmente illeggibili, volumi raccolti nella noiosa (anch’essa) biblioteca ed è molto attento ad allontanarla dalla vita.
Tanto amore per la moglie defunta, ma anche gelosia, sospetto di lunga durata, al limite della follia, per scoprire, alla fine, di essere stato al centro di un triangolo lesbico.
Al posto di una canzone di Guè Pequeno (che non ho capito, ma è un mio limite, da dove venga fuori) sarebbe stata più adatta una canzone di Renato Zero: «Il triangolo no. / Non l’avevo considerato».
Non meraviglia che quest’uomo, fortemente represso, trovi una valvola di sfogo nel sadismo, quando assiste all’agonia di un povero cavallo senza concedergli la grazia di porre fine alle sofferenze.
L’animale lo guarda implorante, ma lui “deve riflettere”. Non c’è un corazziere capace di decidere al posto suo? È il presidente della Repubblica, non è un monarca!
Non sono costituzionalista, ma mi sembra che le prerogative mostrate nel film non corrispondano esattamente a quelle previste dalla Costituzione.
Sorrentino ha dipinto un re quasi assoluto che non deve dar conto a nessuno.
Invece il presidente deve dar conto al Parlamento, a meno che nel futuro distopico la figura si sia sovranizzata (ma non sarebbe un ex democristiano).
Il presidente previsto dalla Costituzione non può bloccare l’approvazione di un disegno di legge se c’è una maggioranza che lo vota in Parlamento.
Può esercitare la moral suasion (o come cavolo si chiama!), può rinviarlo alle camere, ma se è approvato e diventa legge non può rifiutarsi di promulgarlo.
il Presidente della Repubblica promulga le leggi entro un mese dall’approvazione parlamentare, un atto che ne attesta la legittimità formale e ne ordina la pubblicazione, rendendola esecutiva. Pur essendo un atto dovuto, il Presidente può rinviare la legge alle Camere per una nuova deliberazione se ravvisa profili di incostituzionalità, ma se viene riapprovata deve promulgarla.
La promulgazione è un controllo di legittimità, non un giudizio di merito.
Se proprio non vuole promulgare una legge ha una sola via: dimettersi e lasciare spazio a un altro presidente della Repubblica (provvisoriamente al presidente del Senato).
Nel film, invece, pare che rimandi, rimandi. Alla fine si dimette, anche per un suo calcolo personale: vuole impedire all’amico di sostituirlo una seconda volta (la prima a letto). Pare, ma forse mi sono distratto, che non abbia creduto alla storia del legame omosessuale tra la moglie e Cocò.
Purtroppo quando in un film non vedo coerenza interna mi distraggo e perdo il filo. A conclusione, raccontato da un Servillo stranamente sollevato (di avere finito il mandato? Di avere impedito al rivale di diventare presidente? Di essersi liberato della figlia più noiosa di lui?), ho capito questo. Ma potrei sbagliarmi.
Riguardo alla grazia una parola definitiva l’ha scritta Ciampi, il quale non poté concederla ai condannati per l’omicidio del commissario Calabresi in quanto mancava la proposta del ministro della Giustizia, indispensabile, prevista dalla Costituzione.
Secondo Ciampi la concessione della grazia richiede la proposta, e quindi il concerto, con il ministro della Giustizia.
In questo film sembra che sia tutta una faccenda personale tra il presidente, la figlia e i condannati.
Non è così, ed è strana anche la motivazione addotta per spiegare il rifiuto finale a uno dei due condannati richiedente la grazia tramite gli ex alunni.
Sembra che non gliela conceda perché nell’incontro (abbastanza assurdo) gli è risultato antipatico.
Possibile che un presidente decida un atto così importante in base a un colloquio suo o di sua figlia con il condannato?
Nel mondo distopico disegnato da Sorrentino, con un papa rasta e un presidente sovrano ma democristiano, è possibile. Ma non ha a che vedere con la realtà attuale.
Per non parlare della fascinazione per la giovane direttrice di Vogue, fascinazione che sembra stranamente ricambiata.
Basta guardare il presidente e la giovane giornalista, vedere come si muovono, lui rigido, lei bella, scattante, per trovarci oltre la distopia, nella fantascienza.
Non si salva niente?
Alcune cose, come in tutti i film di Sorrentino, sono preziose.
Per esempio avere posto al centro del film la domanda: di chi sono i nostri giorni?
Le riflessioni sulla vecchiaia. Di specifico dell’arte cinematografica si salvano la fotografia e le inquadrature perfette.
Sorrentino aveva dimostrato la capacità di cogliere due personaggi reali: Andreotti (“Il Divo”) e Berlusconi con “Loro”, di cui si sono impossessati gli eredi che impediscono di vederlo (fortunatamente all’estero si può).
Questa volta, con un personaggio “di fantasia”, il gusto dell’assurdo del regista ha causato un danno: partito da un tema vero, non è stato attento alla vecchia raccomandazione di Antonio Capuano a non disunirsi. Purtroppo si è disunito.
