(8 dicembre 2021 h 19.20)
Cinema Spazio Uno Firenze – via del Sole, 10
Altro film del regista: // The Mule Il Corriere //

1979; Michael Milo, ex campione di rodeo, nonostante l’età avanzata e i problemi alla schiena causati da un infortunio sul lavoro (non si sa se l’hanno risarcito), svolge con passione l’attività preferita dai texani che non vogliono passare il tempo seduti dietro una scrivania: fa il cowboy; in particolare si occupa dei cavalli selvaggi che bisogna convincere a farsi cavalcare.

Clint Eastwood è regista e attore essenziale: nessuna scena di troppo, nessuna espressione del viso esagerata, nessun movimento del corpo eccessivo.

Il viso è asciutto, solcato da rughe; l’espressione è quasi sempre quella col cappello. Gli esterni prevalgono nettamente sugli interni e anche in casa i texani, soprattutto se cowboy, raramente si levano il cappello; a volte se lo levano quando pranzano e nei rari casi in cui dormono in un letto.  Addirittura vanno in bagno tenendo il cappello calcato sulla testa (a rigore, non è necessario toglierlo). Si parla di bagno per modo di dire: il più delle volte si tratta dell’aperta campagna, dove il cowboy scappa, senza carta igienica, dopo avere mangiato qualche intruglio messicano. Naturalmente Clint non entra nei dettagli dell’operazione: non è nel suo stile; si piega un po’ più del solito sulle gambe, senza neanche slacciare i pantaloni. Un attimo. Si alza e corre dietro alla macchina che gli hanno rubato. Come ha fatto? (Qui fare sostituisce un verbo più preciso ma meno elegante).

A parte i dubbi su questi momenti prosastici, ma topici, della vita di ciascuno, anche dei cowboy, suppongo, nasce spontanea la domanda (come diceva Lubrano): questo grande regista e attore sarà mai scalfito dalla realtà? Come fa a pensare che si possa dormire per più giorni di seguito all’aperto, svegliarsi e riprendere la vita normale senza diventare un barbone?
Immagino sia vissuto tra i fiori che coltivava nel film precedente (The Mule, 2019).
Che Dio ci conservi ancora per molti anni (ne ha novantuno) questo Tex Willer vivente, questo vecchio mai sudato, sempre pulito, che tutti vorremmo avere o avere avuto come nonno!

Gli occhi sono vivissimi, il corpo magro come il tronco contorto di un vecchio olivo, un po’ curvo; le gambe arcuate, abituate alla groppa del cavallo.
Anche quando cammina sembra che cavalchi lentamente. Si guarda intorno, domina il paesaggio da sotto la falda larga del cappello da cowboy.
Sui titoli di testa, accompagnato da una musica country, in un vecchio furgone che fa venire la voglia di guidarlo (altro che le stupide macchine compatte nelle quali ci stringiamo noi!), Mike raggiunge il posto di lavoro.

È accolto dal boss, il proprietario del ranch, che gli ricorda: un tempo eri il numero uno, poi hai avuto bisogno di aiuto, ti ho aiutato, ora fai tardi in continuazione; nel ranch c’è bisogno di nuova linfa (concetto che si ripete nei film di Clint, per poi dimostrare che i vecchi servono a qualcosa).
Poche parole, essenziali. Il boss conclude: prendi le tue cose e vattene; ti licenzio.
Altrettanto essenziali le parole di Mike: lo manda affanculo.

La macchina da presa esemplifica ciò che il boss ha raccontato: i premi vinti nei rodei, la rassegna stampa, la scena della tragica caduta da cavallo. Clint ci spiega le cose una per una. Non corriamo il rischio di distrarci.

In America lo stato sociale e i diritti dei lavoratori sono indietro, ma di molto, rispetto alle democrazie europee. Praticamente gli Stati Uniti si trovano, dal punto di vista dei diritti, nell’ottocento. Capitalismo sfrenato e senza regole nei confronti dei lavoratori; tra di loro i capitalisti si controllano con l’antitrust e con leggi che puniscono duramente chi crede che il mercato libero sia una partita a poker. Il mercato in America è una cosa seria per i capitalisti, tragica per i lavoratori. Obama aveva cercato, con scarso successo, di porre rimedio all’arretratezza dei diritti. C’è una massa critica di conservatori, anche nella classe operaia (purtroppo), disposti a votare per un clown col ciuffo al vento e il ditino alzato, mezzo delinquente e mezzo scemo (le due metà esatte in cui è diviso), pur di impedire sostanziali riforme o limitazioni del libero mercato (per esempio delle armi, tanto per dirne una). L’amministrazione attuale, come quella di Obama, frenata da questa massa critica di conservatori ottusi, potrà fare ben poco. Abbiamo visto che cosa hanno prodotto quattro anni di Trump: la destra eversiva ha alzato la testa fino a minacciare il Congresso.
Nel 1979, presidente Jimmy Carter, la situazione era peggiore dell’attuale.
Dunque Michael Milo, nonostante i premi e i riconoscimenti guadagnati prima della caduta pesante da cavallo che ne ha fermato la carriera, non può godersi la pensione e addestrare i cavalli per hobby, come sarebbe giusto alla sua età. Ha difficoltà economiche. La porta di casa è sempre aperta, perché nella sua casa non c’è nulla da rubare.

Nei film americani dei registi americani (non nei film americani dei registi europei) sono sempre presenti problemi economici insormontabili che spingono i personaggi prossimi alla vecchiaia, o già vecchi, a vivere in un furgoncino (Nomadland), a comporre false lettere di scrittori famosi e venderle alle librerie specializzate (Can you ever forgive me?), a trasportare droga per la mafia messicana (The Mule). Gli anziani e i vecchi vivono in una condizione di relativa agiatezza solo se sono ex mafiosi o mafiosi in servizio attivo (The Irishman).
Si tratta, ovviamente, di americani di classe media; non parlo dei ricconi che hanno un reddito superiore al Prodotto Interno Lordo di molti stati africani e di alcuni stati europei.

Dopo un anno dal licenziamento, Michael rientra tutto solo (non ha più moglie e figlio, morti anni prima in un incidente) nella sua casa con la porta aperta; ci trova il padrone del ranch che l’ha licenziato l’anno prima.
In America funziona così: se entri in una casa non tua puoi sederti e aspettare tranquillamente il padrone di casa; se non ti ammazza prima di capire chi sei, puoi entrare nel discorso che t’interessa senza tanti preamboli, evitando le cerimonie a cui noi europei siamo abituati (permesso! posso entrare? disturbo? Eccetera).
L’ex datore di lavoro, di poche parole e modi rudi, ha aspettato Mike per chiedergli un favore: deve riportargli il figlio tredicenne avuto da una donna messicana che lo tiene con sé in Messico in una situazione di grave degrado. Il ragazzo si chiama Rafael, di lui il padre ha solo una foto di quando aveva sei anni e sa che ora vive per strada, arrangiandosi tra furti e combattimenti di galli.

Film di viaggio, strade polverose, cavalli selvaggi da domare, fattorie, minacce con la pistola, fughe con vecchie auto rubate – il ragazzo messicano ha un’idea elastica del furto: noi siamo amichevoli, dice, prendiamo la macchina che ci serve; tu mi presti la tua, io presto la mia, tutti prestano.
Un western moderno, dimesso, senza indiani cattivi ma con messicani cattivi, senza indiani buoni sotto la tenda ma con un villaggio di messicani buoni: al posto del totem la cappella dedicata alla Madonna.
Gli abitanti del villaggio si mettono in fila per chiedere al Gringo di curare il cane ammalato, la capra assalita dai cani, il maialino al guinzaglio. Il Gringo non è un veterinario, è un cowboy americano, sa fare un po’ di tutto, è autosufficiente. Senza contare che viene dal mondo ricco, che è a due passi, oltre il confine. Rafael sogna le praterie con i ranch e i capi di bestiame del Texas, ma vorrebbe anche l’affetto di un padre macho, forte, virile.

Solo in un film di Clint Eastwood si poteva trovare la parola macho, che da noi è guardata con sospetto (non so se anche in America). Ma, per Clint, macho non significa stronzo maschilista. Macho è l’uomo responsabile, forte, rispettoso delle donne, dolce con i bambini. Rafael ha chiamato Macho il suo gallo da combattimento quando è riuscito a sconfiggere un gallo più grosso.

Nel villaggio una bella famiglia, una bella vedova accogliente.
Western con l’eroe senza pistola, tranne una che sottrae a un cattivo incapace, sconfitto due volte dal gallo Macho. La pistola gli serve solo per allontanarsi dallo sconfitto, sul quale non infierisce.
Il cavaliere solitario è invecchiato, non è saldo sulle gambe, ma, nonostante l’età, ha ancora il suo fascino, tanto da conquistare la bella vedova accogliente.
Si fa amare perché è generoso: cura gli animali, ripara il jukebox (siamo nel 1979), comunica con una bambina sorda; la bambina appoggia la manina sulla sua mano, facendoci sciogliere per la dolcezza della scena. Insegna al ragazzo ad andare a cavallo, calma il cavallo accarezzandolo sulla testa.

Il film finisce bene, nonostante il pessimismo sugli uomini del vecchio Michael Milo (del vecchio Clint Eastwood), che capisce, per esperienza, gli interessi meschini nascosti dietro le parole.
Non ama rappresentare la realtà pratica (preferisce la poesia), ma conosce la realtà emotiva della gente, l’egoismo, la cattiveria.
Da giovane avrebbe preso a calci il padre di Rafael, lo avrebbe fulminato con lo sguardo, avrebbe salvato il ragazzo sottraendolo alla madre e al padre (sembrava si stesse muovendo verso questa soluzione); ora si accontenta di fare ciò che gli viene chiesto, pensando sia meglio accettare che il mondo giri nel suo verso. Meglio affidare il ragazzo al padre, che lo vuole soprattutto per un interesse economico, che abbandonarlo nelle mani della madre fuori di testa o prendersi la responsabilità di una terza soluzione.
A novant’anni compiuti il cavaliere solitario è diventato realista e si tira fuori dai guai: gli basta abbassare sulla fronte il cappello da cowboy, guardare intorno da sotto la falda; può dormire su una panca, per terra, all’aperto, senza diventare barbone. Non ha bisogno di altro.

«Perché non dormiamo nel furgone ma all’aperto?» chiede Rafael.
«Perché no? L’aria è buona, non è consumata e viziosa come l’aria di città», risponde Mike.
«Non possiamo dormire nel santuario dedicato alla Vergine Maria!», dice il ragazzo.
«Maria non se n’importa. È tranquilla», risponde Mike.
«Sei cattolico?».
«No. No».
«Credi in Dio?».
«I think so» (Credo di sì).

La comunicazione con noi avviene attraverso minime variazioni delle due espressioni di base del viso (diceva Sergio Leone: col cappello e senza cappello) – esempio supremo di sintesi nell’arte cinematografica. Tanti critici non capirono che si trattava di un complimento. Se ti basta così poco per comunicare, sei un grande attore.
Indubbiamente è merito di Clint Eastwood se per due ore crediamo a una  storia semplice, in alcuni passaggi decisamente assurda. Non importa che sia assurda, perché non lo è sullo schermo.
La regola è questa: se ci accorgiamo dell’assurdità, se la viviamo come un problema e ci distraiamo, vuol dire che la finzione cinematografica non ha funzionato. Stiamo parlando di arte, quindi di una valutazione soggettiva.
Con Clint Eastwood funziona sempre, come funzionava con Tex Willer (i fumetti sono film che proiettiamo nella nostra testa).

Gli spettatori del cinema Spazio Uno in via del Sole, non lontano da piazza Santa Maria Novella, dove ho preso un buon caffè prima del film, si sono fatti catturare dalla storia raccontata dal vecchio amico con la sua voce profonda, al punto da avviare un evento raro nei cinema attuali: un applauso sui titoli di coda. Credo sia un segno di gratitudine verso il Cinema: il pensiero corre alla situazione che abbiamo vissuto l’anno scorso di questi tempi. Non vogliamo tornare a quella situazione, non vogliamo farci trascinare dai terrapiattisti e dai complottisti creduloni e fanatici, disseminatori di false notizie.
All’ingresso nel cinema mostriamo il certificato di vaccinazione con orgoglio; speriamo di poterci liberare dalle mascherine, ma per ora va bene così. A Firenze, dal 4 dicembre e per tutto il periodo natalizio, dobbiamo mascherarci anche per strada, per precauzione.
Rinuncerò al mezzo sigaro toscano in piazza Santa Maria Novella (non credo di riuscire a fumare senza togliere la mascherina). Va bene così. Basta non si torni a parlare di chiuderci in casa, di chiudere le scuole, i musei, i cinema, i teatri.

Nonostante il film non sia un capolavoro, il novantenne regista e attore (novantuno) conferma la sua capacità di rendere memorabili alcuni momenti; ho interpretato l’applauso finale, a cui mi sono associato volentieri, come un omaggio al film, ma, soprattutto, all’uomo.

Seduti nella stessa fila, dopo la poltrona vuota, c’erano un signore anziano e i due nipotini di nemmeno dieci anni. I due bambini, gli unici in sala, erano ai due lati del nonno. Non hanno comprato pop corn, non hanno masticato schifezze (alcuni adulti non riescono a farne a meno), seguivano attenti e ogni tanto si scambiavano qualche piccolo commento o qualche risatina su ciò che accadeva sullo schermo; erano molto divertiti dal gallo.
Ho pensato che da adulti ricorderanno di avere visto al cinema uno degli ultimi film di Clint Eastwood; da vecchi diranno: «Il nonno ci portava al cinema in via del Sole … l’hanno chiuso da tanti anni … bei tempi!». Avrei abbracciato quell’uomo (se l’avessi conosciuto e non ci fosse stata la pandemia): ha portato i due nipotini a vedere un film in lingua originale con i sottotitoli, non i soliti prodotti preconfezionati e predigeriti. Come ha fatto a convincerli? Si sono fidati del nonno e si sono divertiti, sanno leggere e forse a scuola hanno cominciato a studiare la lingua inglese; ogni tanto seguivo da dietro la mascherina, con la coda dell’occhio, il bambino più vicino; nei momenti di tensione lo vedevo attento; alla fine i tre, nonno e nipoti, hanno applaudito insieme agli altri.
Lo sguardo sereno, amichevole, che ci siamo scambiati con quell’anziano sconosciuto, mentre conduceva i bambini fuori della sala, è stato, per me, un abbraccio di stima, di ammirazione.