
10 giugno 2024 h 17.30
Schermo televisivo (Rai1 – RaiPlay)
Famiglia (genitori e figli)
// Un inverno in Corea // Ritrovarsi a Tokyo // Il tempo che ci vuole // Dostoevskij // Quando tutto tornerà a essere come non è mai stato // Enea // Club Zero // Come pecore in mezzo ai lupi // Ritorno a Seul // Beau ha paura [Beau is afraid] // Miracle: Letters to the President // The Whale // Le vele scarlatte // The Fabelmans // Marcel! // True mothers // Una vita in fuga // One second // Cry Macho // È stata la mano di Dio // Madres paralelas // Raw // Titane // Tre piani // La terra dei figli // Favolacce // Tutto il mio folle amore // Un affare di famiglia // La stanza delle meraviglie // Lady Bird /e/ Puoi baciare lo sposo // Tre manifesti a Ebbing, Missouri //
“Quando tutto tornerà a essere come non è mai stato”, regia di Sonja Heiss; su Raiplay.
Tratto dal romanzo autobiografico dello scrittore e attore di teatro Joachim Meyerhoff, tradotto e edito in Italia da Marsilio. Nella trasposizione cinematografica il racconto ha guadagnato una qualità che si riscontra sempre più raramente nei film attuali: la sintesi. Bravi registi girano ispirandosi alle serie, i film durano tre ore e sono pieni di ripetizioni e di riassunti di ciò che è accaduto dieci minuti prima – come se gli spettatori fossero rimbambiti.
Mio padre reagiva a un discorso ripetitivo dicendo: «Padre è arrivato un altro frate!»; «Brodo lungo e seguitate». Non so da dove avesse tirato fuori questo pezzetto di dialogo, ma si può applicare a molti film attuali: brodo allungato.
Non è allungato il brodo in “Quando tutto tornerà a essere come non è mai stato”: titolo enigmatico ma nessuna scena superflua. Un bel film.
Racconta di una famiglia particolare inserita in una comunità particolare.
Siamo in Germania Ovest negli anni settanta, prima della riunificazione. La musica si ascoltava con i mangianastri e le audiocassette; i televisori avevano lo schermo quasi quadrato, bassa risoluzione e profilo allungato. In sottofondo la cover di una canzone di Elvis e “Felicità” cantata da Albano e Romina. In quegli anni per molti tedeschi il paese del sole e della dolce vita era sinonimo di felicità, in contrasto con il gelido efficientismo protestante.
In una clinica psichiatrica convivono i malati di diverse età (alcuni sono veri ricoverati) con la famiglia del dottore che li ha in cura.
La famiglia è costituita dallo psichiatra, dalla moglie dello psichiatra e dai tre figli.
Nonostante i tre ragazzi siano abituati a vivere a contatto con persone disturbate, i due più grandi hanno un atteggiamento un po’ da bulli nei confronti di Joachim, il più piccolo. Si divertono a prenderlo in giro, approfittano della sua ignoranza (rispetto a loro) e della sua sensibilità. In famiglia c’è una forte tendenza a primeggiare, indotta dall’atteggiamento del padre («Io non fallisco mai» è una frase del dottore).
A volte il bambino, al colmo della frustrazione, si scatena in una crisi simil-epilettica, urla e si agita in modo incontrollato. Quando ciò accade i genitori non fanno altro che metterlo seduto su una lavatrice in funzione (a quell’epoca si scuotevano molto durante il funzionamento). Il movimento calma Joachim.
Lo psichiatra che, secondo me, dovrebbe innanzitutto curare se stesso, non si preoccupa di ricercare le cause del disturbo e accetta con fatalismo la possibilità che evolva in qualcosa di peggio. È anche vero che siamo in un campo (diagnosi e terapia delle malattie neurologiche) a quel tempo poco conosciuto. Si applicavano metodi empirici (come l’elettroshock) senza conoscerne tutti gli effetti.
Attraverso vari episodi, alcuni divertenti (la visita del Cancelliere), troviamo un cenno alle teorie che negli anni settanta rivoluzionarono l’approccio dei medici alla malattia mentale. Non sono mostrati gli interventi dello psichiatra sui pazienti (colloqui, indagini di laboratorio, prescrizione di farmaci); sembra che il dottore non agisca molto, come con i figli, e si limiti a fare in modo che conducano una vita diciamo “normale”. È sua convinzione che solo di questo i malati psichici abbiano bisogno: non essere discriminati. Purtroppo non basta a risolvere gravi problemi e il dottore, a volte, è costretto ad arrendersi. Una di queste situazioni drammatiche è raccontata nel film in quanto è vissuta in prima persona da Joachim, divenuto adolescente. Una ragazza malinconica, che si nutre unicamente di salamini, precipita in un baratro mentale fino al suicidio.
Sostanzialmente il film racconta: 1) la comunità formata dai pazienti della clinica che si aggirano nei giardini accompagnati dai loro disturbi mentali; 2) la famiglia inserita nella comunità, ricettacolo, come molte famiglie, di evidente ipocrisia e aggressività nascosta; 3) lo psichiatra infelice: non accetta i propri fallimenti (va in crisi quando non riesce a prendere la patente nautica per andare in barca a vela) e tradisce la moglie; 4) la moglie del dottore: sfugge la realtà con il ricordo nostalgico di un’altra vita, della giovinezza allegra vissuta in Italia con un amico italiano; 5) l’ultimo figlio del dottore, Joachim, protagonista di molte scene in soggettiva dall’infanzia all’età adulta.
È un film potente. Da non perdere.
