
23 gennaio 2019 h 18.30
Istituto Stensen Firenze – viale don Giovanni Minzoni, 25/c
Altro film del regista: // Notorious! //
Suspense (alta tensione: thriller e/o horror)
// Doppia Pelle [Le Daim] // BlackBerry (thriller tecnologico) // Club Zero (horror alimentare) // Come pecore in mezzo ai lupi // Sanctuary (thriller psicologico) // Beau ha paura [Beau is afraid] // Cane che abbaia non morde [Barking dogs never bite] // Preparativi per stare insieme … (thriller psicologico) // L’ultima notte di Amore (noir metropolitano) // Holy Spider // M3GAN (thriller distopico) // Bones and All (horror cannibale) // Nido di vipere // L’homme de la cave [Un’ombra sulla verità] // La fiera delle illusioni // America Latina // Raw (horror cannibale) // Titane // Il sospetto [Jagten] // Favolacce // Notorious! (thriller H.) // Parasite // Il signor diavolo // The dead don’t die (gli zombie sono tornati) // Border: creature di confine // La casa di Jack // Gli uccelli [The birds] (horror H.) // L’albero del vicino //
Gli uccelli (Alfred Hitchcock). Titolo originale: The birds (1963).
Quando si dice un film entrato nell’immaginario collettivo!
Basta dire “Gli uccelli”, eventualmente mimando le virgolette con indice e medio: chiunque coglie il riferimento al film. Anche chi non l’ha visto lo cita quando vuole riferirsi a una situazione angosciosa determinata dall’assalto dei simpatici pennuti o di qualunque aggressore dall’aspetto inizialmente innocuo.
Del film rimane impressa una scena: i passerotti, passando attraverso la cappa del camino, assaltano in massa la famiglia riunita nel soggiorno della bella casa sulla baia. Il focolare domestico, i passerotti: pace, serenità, tenerezza. Il male irrompe nel posto più tranquillo della casa.
La stanza da letto può essere inquietante, perché esposta agli incubi notturni; nella stanza da bagno, mentre si fa la doccia, o immersi nella vasca, si è indifesi. Nel soggiorno si era sicuri, prima che Hitchcock facesse entrare, attraverso la cappa del camino, i teneri batuffoli, sempre ritenuti innocui, decisi a ucciderci, addirittura sacrificandosi, tanto ci odiano: possono solo svolazzare in massa, si bruciano, muoiono in molti.
Prima della scena c’era stato qualche segno di aggressività da parte dei gabbiani, ai danni di un personaggio antipatico. Se fosse continuato così: gabbiani, corvi, merli, all’aperto, all’assalto di adulti, se non avessero preso di mira i bambini, di questo film tecnicamente datato sarebbe rimasto il ricordo di un capolavoro per cinefili e basta. Invece Hitchcock ci ha colpito nel profondo, mostrandoci che il male viene da dentro.
Hai voglia a inchiodare listelle di legno sulle finestre! hai voglia a barricarti in casa, a spostare i mobili, a costruire muri! Il male ce l’hai dentro e non legge le poesie di Giovanni Pascoli.
Il poeta trasferiva all’esterno il male presente nella sua vita, facendolo risalire a un unico episodio: l’uccisione del padre.
Si tratta di una bella costruzione letteraria, ma è niente di più (e niente di meno) di una costruzione letteraria. Sappiamo che, fuori della poesia, lo stesso Pascoli ebbe strani problemi con un fratello che cercò di sfruttarlo, di ricattarlo, lo minacciò e, forse, lo odiò fino alla morte. Il nido che aveva sognato, in cui era riuscito a rifugiarsi, non bastò a proteggerlo: una rondine volò via, ferendogli il cuore (a proposito di uccelli).
La vita è dura anche per chi non ha vissuto nell’infanzia un episodio drammatico come l’uccisione del padre. L’arte è una delle poche consolazioni riservate agli uomini.
«… dritto e solo, con un gran pianto / d’avere a finire così, / mi sentii d’un tratto d’accanto / quel soffio di voce … Zvanì …»
Torniamo a Gli uccelli: per salvarsi non basta chiudersi in casa. Bisogna sperare che la furia del male si acquieti, che si plachi: camminare piano, un passo alla volta, muoversi lentamente, senza far rumore. È l’ultima scena del film, che porta la tensione oltre the end.
La durezza di Hitchcock, un regista spietato, ha fatto entrare questo film dentro di noi e lo ha fatto restare nella nostra mente, nella parte più profonda, da più di mezzo secolo.
Mel Brooks in Alta tensione umoristicamente faceva il verso a molte situazioni hitchcockiane (se così si può dire, ma è brutto, forse è meglio dire “situazioni alla Hitchcock”). Il richiamo a Gli uccelli avveniva con il protagonista sottoposto a un nutrito lancio di palline puzzolenti che lo costringevano a rifugiarsi in una cabina telefonica: riferimento preciso a una scena clou.
Una volta è capitato anche a me di trovare la macchina, che avevo imprudentemente parcheggiato sotto un albero da cui proveniva l’allegro cinguettio di un numero enorme di uccelli, letteralmente coperta di escrementi.
Sicuramente, raccontando a casa l’episodio, dissi «una situazione alla Hitchcock», o «mi sono trovato dentro a “Gli uccelli”», ma sono sicuro di non avere mimato le virgolette con le dita: è un gesto che non sopporto quando lo fanno in televisione. Chi ascoltava ha certamente annuito, anche se non aveva visto il film, oppure, conoscendomi, ha detto: «Esagerato!».
Hitchcock richiamava spesso il tema del male proveniente da dentro o da una fonte apparentemente innocua, sempre alternandolo con il famoso understatement, il distacco umoristico tipicamente inglese che caratterizzava le sue divertenti presentazioni. Si potrebbe dire che Hitchcock, anche utilizzando le sue “apparizioni” nei film, cercava di dare di sé l’immagine di un personaggio del Circolo Pickwick. Un’immagine rassicurante, un modo per allontanare l’abisso mentre lo mostrava.
Gli uccelli discendono dai dinosauri, quindi sono più antichi dei rettili considerati fossili viventi (coccodrilli, tartarughe).
Dei dinosauri sono stati trovati resti fossili risalenti a duecento milioni di anni fa; si sono estinti sessanta milioni di anni fa, probabilmente in seguito all’arrivo sulla Terra di un meteorite, dopo avere “scoperto” (in senso darwiniano) il volo. Dunque i dinosauri sono scomparsi, lasciando come unici eredi gli uccelli, molto prima che l’homo sapiens (duecentocinquantamila anni fa) o un suo antenato prossimo (ominide) apparisse sulla Terra.
Gli uccelli, divisi in un numero enorme di specie, sono molto più antichi di noi.
Ora sembro quella scienziata che, nel film, esclude, adducendo tante buone ragioni, che specie diverse possano allearsi per attaccare l’uomo.
La vecchia ornitologa perde le sue certezze e rimane muta e impaurita quando, nel bar dove è radunata tanta gente a discutere degli ultimi avvenimenti, è costretta a subire con gli altri l’attacco che causa l’esplosione di un distributore di benzina, un incendio e la morte di molte persone. La scienza a quel punto deve tacere.
In realtà non è la scienza a essere sconfitta, ma la scienziata. Ha contraddetto il principio base del metodo galileano: partire dall’osservazione dei fatti, non dalla teoria. La sequenza – osservazione, esperimento, teoria – non dev’essere invertita.
I fatti da valutare con attenzione sono le testimonianze affidabili delle persone assalite dagli uccelli, in numero enorme e di specie diverse, o che hanno visto le vittime orrendamente mutilate.
Quando la scienza è messa a tacere torna a galla la superstizione: si sostituisce il ragionamento con l’analogia; si stabiliscono relazioni arbitrarie tra i fatti e, alla ricerca di un capro espiatorio, si pongono le basi per la caccia alle streghe. Ecco che una donna, terrorizzata per sé e per i figli, osserva che tutto è cominciato quando l’estranea è approdata a Bodega Bay, in quel pacifico paesino di pescatori. Non le viene in mente che potrebbe essere una coincidenza insignificante. La paura trasforma in certezza la banale osservazione di una casualità.
Questo è il meccanismo che porta persone buone e oneste a diventare efferati assassini, partecipi, a volte motori, a volte complici più o meno attivi, o anche passivi, di quel mostro malefico che si chiama folla (a questa parola un brivido corre lungo la schiena). Un mostro che si può trasformare in banda per commettere e giustificare ogni efferatezza.
In un film di fantascienza è estremamente realistica la discussione tra gli avventori del bar prima del disastro e subito dopo. Hitchcock aveva la capacità di far interagire gli attori in modo naturale e di portarci in quel bar con gli occhi della macchina da presa.
The birds (1963) è basato su due elementi: il male e la paura.
Il male sembra provenire dagli uccelli, in realtà la sua origine è interna; la paura è radicata in noi da sempre, da quando vivevamo nelle caverne, anche da prima di allora. È la paura che ciascuno di noi ha sperimentato nascendo, forse già da prima della nascita.
Immersi in un liquido caldo e accogliente stavamo bene, nonostante qualche scossone ogni tanto. Avvertivamo – credo a partire dalla formazione del sistema nervoso – la spinta vitale, la moltiplicazione cellulare tumultuosa, la differenziazione, la formazione degli organi, l’organizzazione degli apparati. Un forte slancio. Un battito rassicurante ci cullava, ci accoglieva al risveglio; nessuna fatica per alimentarci, respirare, utilizzare i prodotti del metabolismo, eliminare i rifiuti. Tutto si svolgeva attraverso il corpo di cui eravamo parte.
Finché cominciammo ad avvertire una separazione tra il mondo interno costituito da noi e dal liquido caldo in cui eravamo immersi e un mondo esterno, sconosciuto, che sembrava sempre più vicino. Questa separazione è stata la prima sensazione spiacevole nella vita intrauterina.
L’esperienza della separazione è quella che ci procura maggiore disagio, dolore, paura.
Addirittura può darci sofferenza la separazione da un ambiente in cui non siamo stati felici, la separazione da persone che non amiamo e non ci amano.
La paura del mondo esterno è radicata in noi, cerchiamo di porvi rimedio ricorrendo a credenze, tradizioni, religioni. Le religioni sono il mezzo più potente inventato per difenderci da questa paura.
Nel film la paura, che tutti provano, ognuno a modo suo, è particolarmente incarnata dalla madre. Non a caso l’unica attrice professionista di teatro e di cinema – oltre ai tanti attori che interpretano piccole, importantissime, parti – è Jessica Tandy, la madre, Blanche DuBois di Un tram che si chiama Desiderio.
Tippi Hedren, l’interprete di Melania, era una modella al suo esordio cinematografico; nulla a che vedere con Ingrid Bergman, con Grace Kelly, grandi attrici che avrebbero interiorizzato la paura e raddoppiato inutilmente la funzione della madre.
A Hitchcock serviva una belloccia abituata a indossare abiti eleganti, per un personaggio superficiale e antipatico che combina scherzi, pasticci, va in giro nella sua macchina decappottabile da ragazza viziata, figlia di un editore di giornale.
Egocentrica, incapace di tirarsi fuori dai guai, trascinata dagli eventi: ha la macchina, perché non è andata via dopo le prime avvisaglie dello strano comportamento degli uccelli?
È attratta dal brillante avvocato, forse senza ammetterlo neanche a se stessa.
Concepisce la vita come un gioco. Il suo strano viaggio era cominciato come una rivalsa, uno scherzo di una che ha tempo da perdere e soldi da spendere.
In fondo le era andata bene, perché in America, dove le armi si comprano al supermercato, se entravi senza il permesso del padrone di casa, anche negli anni sessanta, rischiavi di uscire in posizione orizzontale o ridotto a brandelli da un cane feroce.
Il passaggio da una scena alla successiva avviene utilizzando la dissolvenza incrociata: l’ultimo volto inquadrato, misteriosamente concentrato, rimane fisso per qualche secondo. Noi spettatori leggiamo il segnale, capiamo che dobbiamo aspettarci il peggio.
Melania vede segni di un clima torbido e minaccioso.
Potrebbe dare una dritta al padre, che avvierebbe un’indagine giornalistica, ma non ha voglia di lavorare, di prendersi sul serio.
Non scappa per non cedere alla repulsione della madre di Mitch nei suoi confronti, alla disperata gelosia della maestra; non scappa perché dovunque si trovi vuole essere il centro del mondo.
Conversando con Mitch, in un momento di sincerità, accenna al dramma della sua vita: la mamma sparita, andata via per i fatti suoi. Cambia subito argomento.
Solo verso la fine lo sguardo d’intesa con la madre di Mitch fa capire che forse, se si salvano, qualcosa di profondo è accaduto nella sua vita, fino a quel momento tutta esteriore.
Si racconta che nella scena al piano superiore, quando rimane sola e cerca inutilmente di difendersi dagli uccelli, l’attrice sia stata realmente ferita da un gabbiano e sia svenuta. Nessuno mi toglie dalla testa che fu Hitchcock a fare in modo che fosse ferita (si mise d’accordo con l’addestratore o con il gabbiano) per rendere più efficace la sua espressione di terrore.
La madre era terrorizzata già prima che le galline rifiutassero il mangime e gli uccelli cominciassero a comportarsi in modo strano. Guarda con sospetto qualunque donna si avvicini al figlio; teme di rimanere sola, nonostante abbia una figlia piccola e sia benestante.
Forse il marito, di cui è rimasta una grande fotografia appesa alla parete, riusciva a darle un senso di sicurezza che le è venuto a mancare, o il senso di sicurezza esiste solo nel ricordo. Scarica la sua ansia sul figlio, lo rimprovera di non avere le risposte alle domande che la paura le detta, di non essere all’altezza del padre.
Manifesta il rimpianto dell’antico paternalismo, che dava sicurezza anche alle donne, nonostante ne fossero le prime vittime. La società sta cambiando: Hitchcock avverte il cambiamento e lo rappresenta nei suoi film anche con un personaggio come la madre di Mitch.
Qui il dottor Freud andrebbe a nozze (probabilmente sposerebbe la modella). Spiegazione classica: Mitch si sente inconsciamente colpevole della morte del padre, avendola desiderata da bambino. Il padre è morto e lui fa di tutto per sostituirlo, ma si lascia condizionare nei suoi rapporti con le donne dalla madre per compensare i sensi di colpa.
Hitchcock decise di prendere per questo ruolo un attore che non aveva niente a che vedere con i grandi ai quali ci aveva abituato nei film precedenti (nel 1963 aveva già realizzato capolavori destinati a restare nella storia del cinema).
La faccia immobile, il fisico che ricorda Kennedy, Rod Taylor interpreta l’avvocato, ricco, sicuro di sé anche quando si confronta con la ragazza abituata ad avere il mondo sotto i piedi, a non essere criticata per i suoi capricci.
Gli piace provocarla, questo è il suo modo per provarci, gli piace farsi corteggiare, ma è pronto a criticare il suo stile di vita e a mettere un mare, o, almeno, la baia fra sé e la donna, in modo da non dispiacere la madre, non stabilire un legame duraturo, non alimentare i sensi di colpa.
L’attore ha sempre la stessa espressione, dall’inizio alla fine, ma a Hitchcock serviva così. James Stewart, Anthony Perkins avrebbero dato l’idea di riflettere, il film si sarebbe smarrito nei meandri dell’inconscio; il dramma sarebbe diventato una costruzione psicanalitica; i poveri gabbiani sarebbero diventati un simbolo.
Invece dovevano essere nient’altro che gabbiani, i corvi dovevano essere corvi e i personaggi, tranne la madre, dovevano essere solo donne e uomini terrorizzati dal mistero del male, dalla impossibilità di difendersi.
Cary Grant avrebbe potuto sostenere quella parte in modo simile, con una faccia più espressiva, maggiori capacità di attore. Forse voleva troppi soldi (il film risultò assai costoso); poi a Hitchcock piacevano le sfide: dimostrare di riuscire a far recitare anche i cani.
Ci riuscì.
L’avvocato chiude le finestre, sposta i mobili, inchioda, per poi accorgersi che gli uccelli, quando credeva fossero andati via, hanno sfondato il tetto e stanno aspettando al piano superiore il momento per sferrare l’attacco (senza fretta, come chi sa di essere il più forte).
È una caccia: noi ci identifichiamo con le prede, soffriamo per loro e con loro e non pensiamo a quando siamo noi umani a lanciare la caccia contro gli uccelli e altri animali che hanno avuto la sfortuna di convivere con l’uomo su questo pianeta.
