(29 novembre 2022 h 17.30)
Cinema Principe Firenze – Viale Giacomo Matteotti

Suspense (alta tensione: thriller e/o horror)
// M3GAN // Bones and All // Nido di vipere // L’homme de la cave [Un’ombra sulla verità] // La fiera delle illusioni // America Latina // Raw // Titane // Doppia pelle [Le daim] // Il sospetto [Jagten] // Favolacce // Notorious! // Si vedono i primi segni (racconto) // Parasite // Il signor diavolo // The dead don’t die // Border // La casa di Jack // Gli uccelli (The birds) // L’albero del vicino //

«Ti mostro la luna con il dito e tu guardi il dito!» dicono con aria di rimprovero.
Esattamente: mi indichi la luna con il dito, io guardo il dito.
Un dito può essere più interessante della luna e, soprattutto, si guarda da vicino, si vedono i dettagli: unghia, pieghe della pelle, rapporti tra le falangi, colore della pelle (l’antropofaga del film aggiungerebbe il sapore: in una delle prime scene morde il dito a un’amica).
È difficile verificare un’affermazione sulla luna; per esempio: «la luna ha un retrogusto amaro». Se invece volete verificare se il dito di un’amica sa di tartufo, è facile controllare (per dire).
Non penso a ciò che l’autore vuole indicare con il suo racconto (la luna); penso a ciò che racconta (il dito). Le intenzioni m’interessano poco: sono fatti suoi.

Vediamo che cosa racconta il film Bones and All e il libro (titolo italiano: Fino all’osso) da cui è tratto.

Alcune persone nascono con una tendenza irresistibile a mangiare carne umana appartenente a un vivente (non mangiano la carne dei morti). La spinta non è la fame o l’adesione a riti ancestrali: è un bisogno.
Questa tendenza si manifesta fin dalla più tenera età. Le prime persone che i due protagonisti del film hanno divorato, da piccolissimi, sono le loro tate.
Se lo raccontano quasi con divertimento Maren e Lee, e lo descrive il padre dell’antropofaga, giustamente disperato: la giovane balia affettuosa improvvisamente si è trovata assalita a morsi dalla bambina, mentre l’accudiva con amore. Non è una reazione difensiva. Non sono colpiti solo i cattivi. La prima vittima di Maren adolescente (sullo schermo) è una sua compagna di classe, buona, gentile, accogliente. Sembrava l’inizio di un legame, invece è scattato il bisogno irresistibile e il dito è partito.

La tendenza è innata, si trasmette per via genetica e dura tutta la vita. Un bel guaio!

Di fronte a un racconto così curioso mi sembra superfluo chiedere: questi cannibali infelici (non sorridono mai), che viaggiano alla ricerca di un po’ di quiete e di un po’ di carne viva, chi rappresentano? Domandatelo a Luca Guadagnino o a Camille De Angelis, l’autrice del libro, se v’interessa. Per me potrebbero rappresentare chiunque: gli emarginati, i proletari, i sottoproletari, i giovani, i vecchi, i cani abbandonati, i cartoni animati bistrattati dagli animatori. Non è un argomento interessante. Interessa il dito (o ciò che ne rimane), non la luna.

La condizione dei cannibali non ha rimedio.
La madre della protagonista, che l’ha abbandonata da piccola per evitare di mangiarla, è finita in un manicomio dove non si vede un medico, assistita da una grassa infermiera. Ha gli avambracci mozzati in seguito a gesti di autolesionismo e quando la figlia, divenuta maggiorenne, la trova nel manicomio, si lancia contro di lei cercando di morderla.
Non c’è niente da fare, questi disgraziati, che commettono delitti orrendi, non ne hanno colpa. Sono nati così.

Questo ci dispiace; vorremmo poter dire «è colpa della società» (la giustificazione che privilegiamo), «è colpa dell’educazione, della famiglia, della scuola», «è colpa loro: mettiamoli in carcere e buttiamo le chiavi» (è la soluzione del manicomio americano, che, non a caso, non ha medici ma solo una grassa infermiera).
Niente da fare. Con ogni buona volontà non riusciamo ad attribuire colpe. Siamo di fronte a una serie di delitti impressionanti, commessi da uomini e donne obbligati a commetterli da una spinta naturale che non si esaurisce.
Raccontano i delitti senza manifestare rimorso, a volte solo un po’ di fastidio, insieme alla descrizione delle straordinarie sensazioni che quel pasto ha prodotto: una gioia completa, lo stesso effetto della droga, soprattutto se hanno spolpato un essere umano fino all’osso.

Ovviamente questi disgraziati hanno una vita di merda, come le persone che hanno la sventura di vivere nel loro raggio d’azione, tutte potenziali vittime.

I genitori tendono ad abbandonarli, dopo averli protetti fino a che ce l’hanno fatta a proteggerli, a chiuderli in camera di notte, a non finire sotto i loro denti. In nessun caso i genitori cercano di aiutarli rivolgendosi alle strutture pubbliche. Nell’America reaganiana degli anni ottanta, forse anche attuale, soprattutto nell’America profonda che ha determinato la vergogna della vittoria di Trump alle presidenziali del 2016, c’è scarsa fiducia nelle istituzioni dello stato.
Ognuno pensa a se stesso, e chi non ce la fa … peggio per lui!

Poveri antropofagi!
Di solito vivono in solitudine per tutta la vita, nella continua ricerca di situazioni che li portino a catturare un moribondo o a ferire gravemente qualcuno per mangiarlo prima che sia morto, spolpando le ossa.
È questo il significato di Bones and All: “ossa e tutto” (sottinteso: mangiare).
Decisamente una vitaccia. 

Queste persone abbastanza particolari non sono poche. Si riconoscono tra di loro annusandosi.
Sully, l’antropofago adulto, che veste come un dandy e parla di sé in terza persona, è in grado di individuare uno della “tribù” nel raggio di un chilometro.
Addirittura Sully riesce a capire dall’odore che Maren, con la quale ha fatto amicizia, è in crisi di astinenza. Meglio di un cane da tartufo. Riverso a quattro zampe sulla pancia della povera signora che ha catturato, sembra un cane affamato, intento a dilaniare la preda.

Sostituiamo la parola cannibalismo con la parola droga, in particolare con eroina: sembra di capire quali situazioni abbiano ispirato l’autrice del libro (e il regista). È la descrizione in soggettiva del vissuto degli eroinomani, in gran numero nell’America degli anni ottanta (non solo). Si rappresenta l’incubo di chi aveva continuamente bisogno di “carne viva” (l’eroina non tagliata), la confidenza con il sangue e con il coltello (la siringa era detta la “spada”).
Abbiamo individuato la luna? Non saprei.
C’è un particolare che non torna: non si nasce tossicodipendente. Drogarsi, quando si comincia, è una scelta. Può essere agevolata da situazioni personali (famiglia, scuola, società), ma è una scelta.
I cannibali del film, continuamente alla ricerca delle sensazioni che hanno provato la “prima volta” (esattamente come gli eroinomani), non hanno sensi di colpa e rimorsi, tranne in un caso, quando scoprono che la vittima aveva figli piccoli, ma anche in quel caso dimenticano in un attimo il fastidio: «non sapevo, non posso farci nulla».

Un’altra differenza (rispetto all’ipotesi sull’ispirazione del racconto): alla condizione di antropofago non c’è rimedio, non c’è comunità terapeutica che possa aiutare. Bisogna solo cercare di tenerla sotto controllo. Si può tentare di costruire una vita normale: i due ragazzi vivono insieme, provano a “mettere su famiglia”. Il tentativo, naturalmente, non riesce, non solo perché interviene Sully, che si è innamorato della ragazza (in un certo senso), ma perché i due si difendono e lo uccidono come piace a loro e, siccome il ragazzo rimane ferito, fa la solita fine dei feriti.

Qui chi legge, se non ha visto il film, non può lamentarsi (spoiler!): si capiva fin dall’inizio che sarebbe finita così. Ogni volta che si baciavano ci aspettavamo che avrebbero cominciato a mordersi, non come gli amanti impegnati in un amplesso, ma con un trasporto difficile da contenere.

È lo stesso ragazzo, sentendosi morire, a invocare: «mangiami, mangiami, ti prego mangiami!». In questo punto il film rispetta la regola comune a tutti gli horror: c’è almeno un momento in cui l’horror produce umorismo involontario. Anche la battuta del ragazzo in un’altra parte del film («ho mangiato il nonno») è abbastanza comica, se si pensa all’invito di un nonno rivolto al nipote: «stasera vieni a mangiare da me» e alla risposta del nipote: «che mi prepari di bello?». Il nipote non si farà mancare una cena con il nonno (non nel senso di “in compagnia del nonno”) se il povero vecchio vive da solo e potrebbe star male da un momento all’altro.

L’amore dei protagonisti, per la sorella (lui), per il padre (lei), per la figlia (il padre), per la ragazza (lui), per il ragazzo (lei) è un sentimento molto presente in questo film. Si tratta di un amore particolare, che convive con la crudeltà e rende ancora più assurdo e orribile lo scenario. Com’è possibile che Lee sia così tenero, se poi, a giorni alterni, è così crudele? La contraddizione riguarda tutti i personaggi che “amano”, a cominciare dal padre, che non è cannibale, ama la figlia, ma abbandona lei e le sue future vittime.

La scrittrice e il regista non hanno messo limiti nell’inventare situazioni un tantino fuori dalle esperienze comuni.
È troppo per identificarsi nei personaggi e per sospendere il controllo di realtà.

Il film, nonostante le belle immagini on the road e la buona interpretazione degli attori, non cattura: si rimane estranei, fino alla fine, a ciò che accade sullo schermo.

Mi sembra fosse più facile farsi catturare dal primo lungometraggio di Julia Ducournau (Raw, 2016) che tratta lo stesso argomento (commento su questo sito).
In Raw il cannibalismo è – come in Bones and All – genetico, inevitabile, privo di colpe e rimedi. Però si arriva con gradualità, in un crescendo, a scoprirlo. La stessa protagonista lo scopre in se stessa, poi nella sorella, infine nella madre.
Non ci sono tribù, l’antropofagia è un’eccezione. Invece in Bones and All è la regola, sebbene limitata a un gruppo di persone.

Naturalmente la storia d’amore, date le premesse, non poteva che finire male, perché se è difficile trovare un po’ di felicità per gli umani dotati di normali gusti alimentari, figuriamoci come possa essere difficile per umani nati, secondo il film, con tendenze estremamente distruttive e autodistruttive.