(24 febbraio 2019 h 18.00)
Cinema Teatro Odeon Firenze – piazza degli Strozzi
.
Altro film del regista: // Cry Macho Ritorno a casa //

Si moltiplicano i film dei vecchi sui vecchi.
Robert Redford: Old man & the gun (2018), che non ho visto.
Harry Dean Stanton, novantenne, ha messo molto di sé in un film che a me è molto piaciuto e ho commentato su questo sito: Lucky (John Carroll Lynch, 2017).
Ora tocca a Clint Eastwood.

Sono film percorsi da una vena malinconica (il film di Redford già nel titolo).
Per forza: la scoppiettante allegria – purtroppo non sempre presente nella gioventù attuale, per esempio nei due ragazzi malinconici seduti di fronte a me nel treno che mi riporta a San Miniato – è rara, per ovvie ragioni, dopo una certa età, anche se “una certa” tende a spostarsi sempre più avanti.
«S’è fatta una certa», dicono a Roma quando si è fatto tardi: è ora di interrompere la cosa che si stava facendo e di andare a pranzo, di andare a dormire, di mettersi in viaggio.
S’è fatta una certa.

Intanto godiamoci l’annuncio della primavera: sui rami già si vedono le gemme, pronte ad aprirsi (“Marzo lucendo nell’aria / Con vena sottile rinnova / L’esangue terra invernale / E come occhio di bimbo / Tutto s’apre a guardare, / E dà i riccioli al vento / … … …”). La primavera finirà, l’estate durerà poco, ci coglierà di sorpresa la malinconia autunnale (“Autunno. Già lo sentimmo venire / nel vento d’agosto, / nelle piogge di settembre / torrenziali e piangenti, / e un brivido percorse la terra / che ora, nuda e triste, / accoglie un sole smarrito. / Ora passa e declina, / in quest’autunno che incede / con lentezza indicibile / il miglior tempo della nostra vita / e lungamente ci dice addio”). Seguirà il gelido inverno (“Viernə, chə friddə int’a stu corə! …”). I poeti ci accompagnano nel viaggio. Ci sono le fermate, le stazioni. Quando si arriva tocca scendere.

Gli autori delle espressioni tra parentesi sono: Clemente Rebora (Marzo lucendo nell’aria), Vincenzo Cardarelli (Autunno), Acampora – De Gregorio (Inverno, che freddo nel cuore!); l’ultima è una delle canzoni più tristi che abbia mai sentito.

Leggo sui giornali (internet): «L’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization) ha stabilito che si è vecchi dopo i settantacinque anni».
Bene! Altri anni di baldoria, corse sfrenate con i compagni a chi arriva per primo alla fine della strada, innamoramenti, sogni, cornetti inzuppati nel caffellatte la mattina al risveglio.
Sto pensando di iscrivermi di nuovo a scuola; sarà divertente tornare tra i banchi.
Dove il modulo dice: età, scrivo: l’Organizzazione mondiale della sanità ha stabilito che non sono vecchio.
Ma forse non c’è abbastanza spazio.

Impossibile: il modulo virtuale prevede che in quello spazio ci sia un numero.
Se metto il mio numero non l’accetta, non va avanti.
Peccato! non si sono aggiornati.

Ci dev’essere qualcuno, nell’Organizzazione mondiale della sanità, che crede alla fandonia: «si è giovani quando ci si sente giovani».
Come quel medico che disse a Berlusconi: lei è virtualmente eterno. Lui non sentì virtualmente, pensò di potersi comportare come un ragazzino infoiato e avviò la discesa verso il ridicolo.
Ora aspetta che spostino “una certa” di altri dieci anni, per ricominciare daccapo.
Nell’attesa si è dato un’altra asfaltata sulla testa, non si sa mai.

Il problema della vecchiaia, qualunque cosa stabilisca l’Organizzazione mondiale della sanità, è che impone limiti fisici insuperabili, anche se “ci si sente giovani”.
Che vuol dire sentirsi giovani? Che non si è affetti da una malattia invalidante, che non si deve correre al pronto soccorso, che si ricorda il proprio nome e l’indirizzo di casa, che si può passeggiare in campagna, in una città d’arte, sulla spiaggia, che si riesce ancora a distinguere tra una bella ragazza (nessuna partecipazione emotiva, giudizio estetico neutro, come dire: un bel cane, un bell’angolo di strada) e una ragazza bella (si avverte un sottile brivido).

Basta questo per sentirsi giovani? O bisogna truccarsi da ragazzini, comportarsi da ragazzini, coprendosi di ridicolo e perdendo il rispetto, unico vantaggio (non sempre) connesso all’età?

Naturalmente, il discorso e gli esempi sono riferiti alla mia esperienza, quindi declinati al maschile eterosessuale. Si potrebbero estendere a qualunque altra esperienza.
Sono arrivato alla stazione, non quella definitiva: alla stazione di San Miniato. Continuerò a casa. I ragazzi imbronciati non hanno spostato gli occhi dallo smartphone. Anch’io (scrivevo), ma ogni tanto mi guardavo intorno (quando pensavo). Loro niente!

Non bisogna confondere tra sentirsi giovani e sentirsi vivi.

Se non ci si sente vivi (indipendentemente dalla propria condizione fisica e dall’età, mentalmente vivi), tanto vale avviarsi, anticipare l’uscita, chiudere bottega, abbassare la saracinesca.

Una mia cara amica, che si tolse la vita tanti anni fa, per motivi che non è il caso di raccontare (soprattutto perché non li conosco fino in fondo), prima di immergersi nelle acque del Tirreno per non tornare più, regalò agli amici tutti i libri, a cui teneva moltissimo.
Nessuno aveva capito la sua intenzione (a volte si preferisce non capire); forse aveva pensato che “i suoi libri” sarebbero stati un segno duraturo della sua esistenza; aveva immaginato che, scorgendo per caso nella libreria un libro ricevuto in dono da lei, una persona che l’aveva conosciuta avrebbe ricordato che amava il cinema, e avrebbe legato questo ricordo al film di un attore, Clint Eastwood, che lei ammirava ed era giovane quando anche lei era giovane, anzi era più giovane dell’attore. Ora l’attore è da tempo anche regista, ha conservato la sua fisionomia (fisica e artistica), ha quasi novant’anni e lei non c’è più da tanto tempo. Quanta vita è passata da allora! Se non avesse fermato la sua, o qualcosa non l’avesse fatta scendere, ora sarebbe una persona anziana. Cerco di immaginarla basandomi su quella figurina che ricordo bene. Quante cose non sono accadute a causa della sua decisione di non farle accadere, di scendere alla prima fermata, lasciandoci tutti impietriti dalla sua mancanza!

Una volta Giuliana mi raccontò che aveva incontrato Massimo Troisi in un albergo a Sorrento, di mattina, seduti ai tavoli per fare colazione, e che lui l’aveva apprezzata perché non si affollava per chiedergli l’autografo, come facevano le altre ragazze, che non gli davano respiro; aveva detto qualcosa come: «Si fossərə tuttə comm’a te, me putessə ripusà pur’iə int’a st’albergo» «Se fossero tutte come te, mi potrei riposare anch’io in questo albergo».

Ecco: un libro ha suscitato il ricordo di due persone che, basta parlarne, sono ancora vive.

Chi ha continuato la strada accidentata, senza soluzione di continuità, fino a raggiungere la vecchiaia, anche se ha deciso di godersi le quattro stagioni di Vivaldi e la pizza quattro stagioni, finché dura, non può trascurare la stazione di arrivo, che si avvicina. È stata Giuliana ad anticipare o siamo stati noi a rimandare?

È come con lo yogurt: lo vedi aprendo il frigorifero per cercare qualcos’altro e pensi che devi mangiarlo, non puoi rimandare.

Tutte le cose scadono, il timbro con la data ce lo mettono alla nascita, ma un conto è quando si può tranquillamente dimenticare la scadenza, fare come non ci fosse (lo mangerò uno di questi giorni), un altro quando, guardando i manifesti dei defunti, l’occhio va subito sul rigo “di anni …”.
Se il futuro si accorcia ogni giorno di più, se la data di scadenza si avvicina inesorabile, che vuoi che siano un po’ di anni regalati in base a valutazioni statistiche che hanno poco a che vedere con ciò che mi succederà domattina al risveglio, o stasera prima di andare a letto, o durante il sonno, o fra un’ora o fra dieci minuti?

Questa condizione di incertezza è legata a qualunque età, però converrà, l’Organizzazione mondiale della sanità, che, dopo “una certa”, da collocare molto prima dei risultati di calcoli statistici, nulla è certo riguardo al futuro. Nel quale, come un grosso punto interrogativo, si colloca il salto nel buio.
Buio completo? Buio pesto, come dicono qua.

Qualcuno dice di avere visto una luce nel buio e ci propone visioni incredibili.
Mettiamo, per esempio, i cristiani, qualunque sia il significato attuale di questa parola.
Si va da Bergoglio a Socci, al cardinale che si è costruito l’attico con vista su San Pietro, ai preti pedofili, ai vescovi che li proteggevano, ai lefevriani in sottana scura, a Camillo Langone, che, sul Foglio, dice che Gesù era ricchissimo e anche Giuseppe lo era, fece partorire Maria in una capanna perché a Betlemme non c’era posto nei grandi alberghi (o una suite lussuosa a cinque stelle o niente) – ai protestanti nordici, che non vogliono gli emigranti arrivati sui barconi – ai cattolici polacchi, che non vogliono gli emigranti arrivati sui barconi (dicono: siamo tutti fratelli in Cristo, non in pollastro, quindi il pollo me lo mangio da solo) – agli anglicani, che vanno a messa come a un concerto – ai fanatici americani che volevano incendiare i cinema dove si proiettava L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese (grande film) – ai difensori della vita che difendono il feto, l’embrione e – perché no? – la cellula uovo fecondata, ogni cellula uovo, ogni spermatozoo (basta seghe!) – agli amanti della famiglia che combattono il divorzio perché, secondo loro, era meglio quando i matrimoni li annullava la Sacra Rota a chi poteva permetterselo – a una persona di mia conoscenza che va a messa la domenica, s’inginocchia, recita il credo con le braccia aperte, canta insieme agli altri e si sente confortata nella sua esistenza dalla partecipazione a questa liturgia.

Tutta questa gente, molto varia, concorda su un punto, credo: la resurrezione dei corpi.

Dunque, secondo loro, un vecchio di ottant’anni che ha perso il padre in guerra, al momento del Giudizio Universale troverà un giovane di vent’anni, forse vestito da soldato, al quale si rivolgerà dicendo «papà, mi fa piacere vederti; finalmente! Sei uguale alle fotografie.»
Il giovane padre, abbracciando commosso il vecchietto, risponderà: «figlio mio, non vedo l’ora di conoscere tuo figlio; speriamo non sia stato mandato da un’altra parte, il bricconcello» (all’altro mondo si parla così).
È difficile credere che qualcuno possa ritenere realistica questa conversazione; eppure tutta la gente che ho citato, e tanta altra ancora, accetta il concetto che la rende possibile, anzi probabile, anzi certa: la resurrezione dei corpi, cioè proprio di questa pelle, comprese le rughe, di questa carne, compresi gli ormoni che spingono tanti nostri comportamenti, comprese le ossa che, dopo una “certa”, cominciano a preoccuparci.

Non sono sfiorati dai dubbi o, se li hanno, li nascondono bene, anche a sé stessi.
Per esempio non si domandano, nel caso il morto avesse un arto artificiale, se resuscita senza arto (il suo è rimasto di qua) o gliene procurano uno nuovo, o gli ricuciono l’arto originale, anche se, a rigore, è morto molto prima di lui, quindi non ha subìto le trasformazioni del resto del corpo.
Mettono l’arto di un bambino sul corpo di un adulto? I denti sani o i denti cariati che aveva quando è morto?
In quale momento viene fermato il corpo che rivestirà l’anima dopo la “rupture” con la sua dotazione originale?

Il nuovo corpo avrà le stesse esigenze di quello che conosciamo o sarà più parco nelle sue richieste?

Sono problemi che hanno anche un aspetto comico, da cui non ci si libera dicendo: saremo in una condizione diversa dall’unica che conosciamo, sono problemi che ora non possiamo risolvere, bisogna avere fede.
Purtroppo, o per fortuna, io sono come San Tommaso. Forse anche più diffidente di San Tommaso, che meritò un cazziatone da Cristo.

Veniamo al film.

Come si collega a questa lunga premessa?

È il film conclusivo (speriamo di no) di un quasi novantenne che è stato un grande giovane, un grande uomo adulto, un grande uomo di mezz’età e, finalmente, anche lui è vecchio.
Non ha problemi a mostrare il corpo, snello ma tendente a incurvarsi, le braccia rinsecchite, il volto, sempre bello ma asciugato e coperto di rughe.

Si inquadra da sotto, da vicino, mentre mangia le cose incredibili che gli americani buttano dentro, quando allarga le labbra per lo smarrimento, quando sgrana gli occhi per la paura.
Inquadra i pochi capelli che gli sono rimasti, scompigliati dal vento, il corpo debole, piegato e impiccolito (era un gigante) nelle mani dell’aguzzino che lo minaccia, al quale non può fare altro che dire: «fa quello che devi», arrendendosi senza condizioni e senza la mossa improvvisa che ci saremmo aspettati in altri tempi.

Clint Eastwood utilizza molto il primo piano in questo film, perché non è una fighetta di Hollywood invecchiata male, o un imprenditore vanesio che si è buttato in politica per scansare i processi e salvare le aziende dopo avere perso i protettori, non ha bisogno di nascondere i segni della vecchiaia: la debolezza, la vulnerabilità del corpo, le rughe (come diceva Anna Magnani?).

Riesce anche a prendersi in giro, per esempio quando, nel letto con due ragazze, dice: «ci vorrebbe il cardiologo», o quando fa dire a un poliziotto che ha incontrato per caso: «sa che assomiglia a Jimmy Stewart?».
Effettivamente, nella vecchiaia assomiglia a James Stewart, che è stato un modello per molti attori americani, uno dei due preferiti da Hitchcock (l’altro era Cary Grant), un mito per molti spettatori (fra i quali mi colloco).

Clint Eastwood, in gioventù, non aveva il volto espressivo di James Stewart.
Ai tempi, quando fu scoperto e valorizzato da Sergio Leone nei western all’italiana, i critici non l’apprezzavano e non capivano perché Sergio Leone si fosse incaponito a utilizzare la sua maschera, che sembrava immobile, impenetrabile.
Sergio Leone, che capiva sempre una cosa in più e prima degli altri, rispose scherzosamente alle critiche ripetute dicendo: «Mi piace Clint come attore perché ha solo due espressioni: una col cappello e una senza cappello».
In realtà sicuramente aveva capito che quel volto, apparentemente immobile, riusciva a trasmettere una vasta gamma di emozioni con impercettibili variazioni, amplificate sullo schermo.

Clint Eastwood è una di quelle persone che diciamo impassibili perché non possiamo ingrandire e proiettare il loro volto su un grande schermo.
Il pubblico percepiva ogni variazione del suo stato d’animo e partecipava.
Inoltre, con la genialità dì Sergio Leone, aveva creato un personaggio diverso dal rozzo cowboy dei western tradizionali (John Wayne), un personaggio su cui ciascuno poteva proiettare o ritrovare l’archetipo del maschile, direbbe Jung, sganciandolo dal luogo, dall’epoca e dall’abito che indossava (il poncho era perfetto, poteva diventare qualunque cosa).

Che fosse un grande interprete, Clint Eastwood lo ha confermato nei film successivi di una lunga carriera; che fosse molto intelligente lo ha dimostrato passando alla regia non in modo occasionale, ma realizzando capolavori da premio Oscar.
In vecchiaia ha conservato la sua caratteristica: un volto poco mobile ma capace di esprimere un’ampia gamma di emozioni mediante minuscoli movimenti.

Ho visto questo film come una riflessione sulla vita attraverso il caso emblematico di un vecchio che ha pensato di risolvere i problemi economici suoi, della nipote e dell’associazione di ex combattenti della guerra di Corea, ricorrendo a una trasgressione, a un reato, di cui è cosciente, senza porsi alcun problema morale riguardo alle tante vittime della droga.
Le varie situazioni in cui si trova lo inducono a riflettere sugli errori che ha commesso in una lunga vita (conosciamo queste riflessioni attraverso i colloqui con il poliziotto buono e con la moglie morente), ma rivendica fino alla fine di volersi occupare di una cosa che è veramente importante, forse la più importante di tutte: coltivare i fiori, accudirli dal seme al germoglio alla fioritura, fino a vederli sbocciare nella loro bellezza per un solo giorno.

Non c’è nulla che conti di più di questa bellezza effimera (nella vita c’è qualcosa che non sia effimero?). Possiamo essere certi che se gli fosse data la possibilità di tornare indietro mancherebbe gli stessi appuntamenti “importanti”, farebbe gli stessi errori, per vedere il miracolo dei fiori da regalare a tutti, non per interesse economico: per amore.

Fin dall’inizio è uno sconfitto, non solo perché ha perso l’amore della moglie e della figlia, che non lo comprendono, ma soprattutto perché è costretto a delinquere per continuare a tenere in vita il piccolo vivaio, per aiutare la famiglia, per aiutare l’associazione degli ex combattenti, che nessun capitalista ricorda (in guerra, di solito, non muoiono i figli dei capitalisti).
È un film in parte autobiografico; Clint Eastwood non ha mai fatto il corriere per il cartello della droga, però ha coltivato fiori (come regista e come attore) e, per vedere fiorire la sua arte, probabilmente ha trascurato per lunghi periodi la famiglia (ne ha avute più di una).

Quanti compleanni dei figli, quante giornate del ringraziamento avrà saltato per partecipare ai film di Sergio Leone che lo hanno reso famoso e costruire la carriera successiva?
Senza nessuna autogiustificazione, in modo, direi, virile, chiede scusa alla figlia, alla vera figlia, che interpreta la parte della figlia del personaggio, e alla moglie, la straordinaria Dianne Wiest, a cui assegno d’ufficio il premio Oscar come migliore attrice non protagonista (non ne ha bisogno, ha già vinto l’Oscar per i personaggi indimenticabili che ha tratteggiato nei film di Woody Allen).

Clint ci dice che a volte si è obbligati a chiedere scusa pur non essendo colpevoli: non si ha colpa perché non si sarebbe potuto fare diversamente.

Alla fine riesce a recuperare, in extremis, il rapporto con la moglie; ha capito che «il tempo è l’unica cosa che non si compra» e non manca all’ultimo appuntamento, pur sapendo che il gesto gli costerà la vita.

Il film è un road movie, genere che piace molto agli americani (il più recente: Green book).
Non amo i lunghi viaggi in macchina, però devo dire che il pick-up del vecchio floricoltore – non quello nuovo, nero, che compra quando comincia a fare i soldi ed è uguale a un carro funebre – il pick-up che guida all’inizio è molto bello e fa venire la voglia di un lungo viaggio sulle strade americane, larghe, circondate da paesaggi lunari, da praterie, da folti boschi; pericolose: basta che la macchina della polizia accenda la sirena e una mano fuori dal finestrino faccia cenno di accostare per sentirsi in pericolo, anche se non si ha nulla da nascondere.
Conviene tenere le mani abbastanza in alto: un gesto sbagliato, un nulla e ci si trova all’altro mondo.
Che posti! La polizia fa paura ai fuorilegge, ma di più alle persone oneste.

Il vecchio stabilisce un simpatico rapporto con i delinquenti messicani, perché sa che il mondo non si divide, come faceva il capoclasse alla lavagna, in due gruppi: i buoni e i cattivi; scherza con loro, parla la loro lingua; «come sta tuo figlio?» chiede a un operaio della banda che imbraccia un mitra, «sta meglio, grazie», risponde l’operaio. Poi anche nella banda prevale la parte efficientista, che vuole gestire il crimine come una fabbrica, come una catena di montaggio, senza nessuna debolezza e nessuna distrazione.

A questo punto non c’è più posto per un uomo che ha sempre coltivato un rapporto rilassato, poetico, con la vita; l’istinto paterno lo spinge a cercare di parlare con Julio, un “funzionario” della banda evidentemente infelice.
L’uscita da una società ferrea nei suoi meccanismi economici (sia nella parte legale che in quella illegale) c’è, ma solo arrendendosi e sperando di finire in un carcere nel quale sia consentita la coltivazione dei fiori.