(15 dicembre 2021 h 18.00)
Cinema Teatro Odeon Firenze – piazza degli Strozzi

Prima della proiezione: presentazione di Fanny Ardant (Maria Callas nel film) e di Pippo Zeffirelli, aiuto regista e figlio adottivo del maestro.
Pippo ha detto: la Callas aveva lineamenti marcati; Zeffirelli volle Fanny Ardant per interpretare quel ruolo perché vedeva la grande soprano molto più bella di come era. Ho pensato: vedeva anche Gesù Cristo molto più bello di come si può ipotizzare che fosse (quanti ebrei palestinesi hanno gli occhi blu, i lineamenti e il fisico di Robert Powell nel 1977?).
Fanny Ardant, magrissima, ha ricordato la difficoltà di interpretare una personalità complessa, di indossare un corpetto per sembrare più grassa, di muovere le labbra in sincronia con l’emissione della voce della grande cantante lirica. Ha rivelato che dovette migliorare la sua pronuncia della lingua inglese. Ho pensato che abbia voluto dirci: sono stata doppiata, è vero, ma nella versione italiana; nella versione originale c’è la mia voce e quella di Jeremy Irons e di Joan Plowright (gli altri interpreti principali del film): non mi sono limitata a muovere le labbra.
Noi abbiamo visto la versione italiana con i sottotitoli in inglese, dal momento che il cinema Odeon è internazionale. La voce profonda di Giancarlo Giannini dominava il sonoro (il personaggio doppiato parla e urla in continuazione), una voce bellissima, ma, se posso permettermi, poco adatta a Jeremy Irons (sarà che quando parlava mi veniva in mente la faccia di Giannini!).
La magica voce registrata di Maria Callas cantava parti della Carmen.

In fondo ai titoli di coda, quando la gente si è alzata per applaudire Fanny Ardant, che ha assistito alla proiezione nelle prime file, sono riuscito a scavalcare le teste per copiare la scritta apparsa sullo schermo.
È la seguente (spero di averla copiata bene).
Gli avvenimenti rappresentati in questo film appartengono alla fantasia dell’autore e al ricordo della sua amicizia con Maria Callas.

Il film racconta gli ultimi mesi di vita della grande soprano.
Come scritto nella nota conclusiva, e detto anche nella presentazione, non è un documentario.
Zeffirelli conosceva bene la Callas: era suo amico. Il film, anche se di immaginazione, è reale in modo molto più profondo di un documentario. È l’ultimo film di Franco Zeffirelli; dentro c’è certamente l’esperienza personale di un artista al tramonto.

Nel 1977, quando si svolge la storia raccontata nel film, Maria Callas aveva 54 anni; se avesse fatto la parrucchiera, la manager o la casalinga, sarebbe stata considerata una donna ancora giovane nel pieno delle sue possibilità.
Per la Callas era diverso: dopo un’esibizione in Giappone, si era resa conto di avere perso la voce che la rendeva unica. Si era sentita vecchia e infelice.
Abbandonata da Onassis, che aveva preferito Jacqueline Kennedy (come in una pizzeria si preferisce la pizza alla marinara alla pizza Margherita) si chiuse nella casa parigina, con la fedele governante, le guardie del corpo, quantità industriali di pillole ansiolitiche.

Nel 2001, all’inizio delle riprese, Zeffirelli aveva 78 anni; dopo questo film, nei 18 anni successivi, non riuscì a girarne altri.
Due artisti, la soprano e il regista, in tempi diversi sul viale del tramonto.

I film di Zeffirelli non mi hanno mai appassionato. Ricordo di avere apprezzato La bisbetica domata, 1967 (Liz Taylor e Richard Burton), per l’accuratezza filologica, sottolineata sui giornali e in televisione dai critici cinematografici.
Nel 1967 ero uno studente e i film di Zeffirelli sembravano fatti apposta per entusiasmare gli intellettuali e gli studenti: leggevamo i commenti e ci facevamo un’opinione, senza renderci conto di averla appresa sui giornali, compreso l’accuratezza filologica, di cui ci riempivamo la bocca senza domandarci se eravamo in grado di verificarla. Ora penso che qualcuno, spero in grado di fare la verifica, avesse usato per primo l’espressione, poi ripresa dagli altri. Sostanzialmente si sarebbe potuto dire, a fiducia, che Zeffirelli aveva la capacità di riproporre il teatro elisabettiano, di cui era grande conoscitore, nel modo più fedele possibile. A fiducia perché sono innumerevoli le regie teatrali e molti i film del regista sull’argomento. Per tutti: Romeo e Giulietta, 1968, che ebbe un grande successo di pubblico. Un film dopo l’altro, segno di un regista che riscuote la fiducia di chi mette i soldi.

Zeffirelli era un fiorentino inglese (intendo dal punto di vista culturale).
Tanti inglesi sono anche fiorentini: amano questa città, ne conoscono gli angoli più nascosti e più belli, sono proprietari di case nel centro storico, sono i migliori clienti degli alberghi di lusso, delle gelaterie artigianali, dei ristoranti dove si mangiano le specialità toscane, la bistecca cotta come Dio comanda.
Entrano nell’antica Officina profumo-farmaceutica (spezieria) Santa Maria Novella, in via della Scala, come in un tempio, beandosi di quelle immagini, di quei profumi ricavati da essenze naturali. Negli ultimi due anni, bloccati dalla pandemia, hanno ordinato via internet, o tramite amici, i profumi, i balsami, le pasticche, i liquori a base di erbe e li hanno fatti arrivare fino a Londra in quelle confezioni meravigliose, nelle scatoline vintage. Sono stati i più addolorati dalla Brexit, odiano Boris Johnson (questo me li rende ancora più simpatici).
Zeffirelli era come loro (tranne l’odio per Boris Johnson, che non ha conosciuto e non avrebbe odiato); era come loro ma all’inverso: profondamente fiorentino, tifoso sfegatato della squadra del cuore e odiatore appassionato della eterna rivale (la Juventus), era anche, culturalmente, suddito di sua maestà britannica.
In Italia era un conservatore senza partito (tranne, se ricordo bene, un’infatuazione per Berlusconi), fieramente anticomunista. In Inghilterra, credo, sarebbe stato un tory thatcheriano, ma suppongo non gli dispiacesse Tony Blair (mie ipotesi arbitrarie).

Apprezzavo i suoi film shakespeariani (la famosa accuratezza filologica); non mi sono mai piaciuti i film religiosi. Il suo San Francesco mi sembrò sdolcinato in modo insopportabile – mi sono fatto l’idea che quel grande poeta, autore di una delle più belle poesie in lingua italiana, avesse una scorza molto, ma molto dura: «Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali; …».
Il Gesù di Nazareth (telefilm, 1977, e film) mi fa pensare a una manipolazione, credo involontaria, dovuta a forti convinzioni politiche, religiose e anche estetiche. Sono state rilevate differenze tra i Vangeli e frasi, episodi del film. Oltre all’immagine del Cristo, di una bellezza esteriore improbabile (quel tipo di bellezza) e non necessaria. Gesù Cristo non doveva presentarsi a Mr Universo, aveva un’altra missione da compiere.
Tutto il rispetto per un regista complesso, coltissimo, che si dovrebbe studiare, di cui non condivido i presupposti ideologici. Mi riprometto continuamente di visitare il museo che conserva la sua eredità culturale, in via San Firenze, ma continuamente, negli ultimi tempi anche a causa delle restrizioni del covid, me ne dimentico.

Come dicevo, ho apprezzato i suoi film, ma non mi hanno emozionato. Tranne uno, di cui avevo un buon ricordo, anche se non molto chiaro: Callas Forever (2002). Mi incuriosiva la possibilità di vedere, più o meno da vicino, Fanny Ardant (classe 1949), attrice (anche compagna) di François Truffaut (La signora della porta accanto, 1981).

Non sono un appassionato di opera lirica (sono appassionato di pochissime cose), però mi piace la musica, tutta, e sono in grado di capire che la Carmen cantata da Maria Callas (ci è rimasta, per fortuna, una registrazione) è celestiale: fa piacere sentirla e risentirla in continuazione.
Chiunque potrebbe mettere insieme un po’ di pezzi registrati e fare un film inutile; Zeffirelli ha fatto una cosa in più: ha raccontato il tramonto di un’artista, nel momento in cui avvertiva anche su di sé calare il sole dietro l’orizzonte.

In questo film i personaggi sono tre: la soprano – disperata perché non ritrova più la sua voce – l’impresario Larry, suo amico – un omosessuale che cerca di arrestare il tempo legandosi i capelli tinti in una coda e frequentando ragazzi distratti, impegnati a costruire il proprio avvenire. Il terzo è il narratore (il regista), che osserva con affetto gli altri due e s’immedesima in entrambi.
Poi ci siamo noi spettatori.
Anche noi siamo artisti, perché la vita è un’opera d’arte: siamo artisti giovani o artisti al tramonto.

Ho notato il diverso effetto che mi fece questo film tanti anni fa, quando uscì nelle sale, e ieri sera all’Odeon, dopo la presentazione di Fanny Ardant.
C’è un limite alla quantità di malinconia che sono disposto a sopportare tutta insieme; questa volta (tra presentazione e film) l’ho superato abbondantemente. Malinconia, non emozione. Il film mi è sembrato datato, invecchiato.
Vi sono opere d’arte che non invecchiano mai, altre che denunciano irrimediabilmente l’età.

Per un periodo andavo nel negozio di un vecchio barbiere siciliano, Salvo, che non c’è più, non nel senso che ha cambiato indirizzo, nel senso che non ha più un indirizzo.
Negli ultimi anni rendeva più rotonda la pensione continuando a lavorare su appuntamento per i vecchi clienti affezionati; apriva, ogni tanto, la bottega solo per noi. Non so se fosse in regola con il fisco perché di queste cose non mi intendo (a volte mi domando se c’è qualcosa di cui m’intendo); mi rilasciava un pezzo di carta scritto, credo fosse una ricevuta, ma, onestamente, non lo guardavo neppure: lo mettevo in tasca e, a casa, lo buttavo nella busta per il riciclaggio della carta, insieme ai volantini che inondano inutilmente la cassetta della posta.
Eravamo in pochi clienti affezionati, uomini maturi o anziani che, casualmente, ogni tanto si incontravano (cercava di raggruppare gli appuntamenti).
La mano non era più quella di prima. Faceva ricorso alla macchinetta, una novità per lui, e ci faceva  uscire con un taglio molto più giovanile.
L’interruzione dovuta alla pandemia, l’anno scorso, mi ha portato (credo abbia portato anche altri) a farmi crescere i capelli sulla nuca; quando il pericolo più grave è finito e ho pensato di poter rischiare il contatto ravvicinato con Salvo, ho saputo che aveva smesso definitivamente di regolare basette, accorciare capelli, radere barbe “a zizz’e pacchianə” (facendo uscire la faccia liscia come i seni di una contadina).
Nel suo campo era stato un artista; i vecchi clienti affezionati avevano assistito al “viale del tramonto”. Della sua vita sapevo ben poco; i veri artisti sono riservati: puntano tutto sull’opera d’arte. Alla fine del taglio, prima di spazzolare, Salvo ti osservava la testa con lo stesso sguardo che doveva avere Leonardo quando completava un quadro.

Maria Callas capì: la sua voce non era più il miracolo di recondite armonie che era stata per molti anni, nonostante una vita travagliata da vicende affettive complicate.
La cosa che mi è sembrata più strana, incredibile, nel film, è stata la dichiarazione di amore infelice per Onassis.
Onassis e l’amore. Mah! Doveva essere fuori di testa in quel periodo!
Su Onassis le mie sono impressioni, ma credo che tutto il suo fascino fosse legato alla potenza del denaro, con il quale conquistò il cuore, non solo, della vedova di John Kennedy. Grazie al denaro poteva scegliere, come in pizzeria si sceglie tra la pizza quattro stagioni e la pizza alla diavola (pomodoro, mozzarella e salame piccante).

Il film racconta che anche a Maria fu proposta “la macchinetta”, per darsi l’illusione di essere tornata la Callas di prima.

I tecnici del suono fanno miracoli, così l’impresario e amico Larry le propose di riprendere in un film la sua interpretazione della Carmen di Bizet, sovrapponendo la voce registrata nel corso di esibizioni precedenti, in varie occasioni, mai in teatro.
Non sarebbe stato un imbroglio, perché la voce era sua, però di questo passo si sarebbe arrivati a falsificare completamente la realtà, a realizzare altre opere con la sua immagine e la voce di prima.

Questa operazione sarebbe stata più onesta se si fosse proposto alla Callas di sovrapporre le registrazioni della sua voce alle immagini di attrici giovani.
In fondo è ciò che fece Zeffirelli in questo film: sovrappose la voce di Maria Callas alle immagini di Fanny Ardant, un’attrice che allora era giovane e molto più bella del personaggio.

Finisce tutto con una passeggiata: Maria chiede a Larry di distruggere il girato della Carmen realizzato “con la macchinetta” e si avvia in una passeggiata solitaria, forse negli Champs Élysées. Sembra, alla fine, che abbia accettato il “tramonto”.

Dopo tre mesi, il 16 settembre 1977, a 54 anni, muore.
Franco Zeffirelli morì nel 2019, a 96 anni.