
09 luglio 2025 h 17.00
Cinema Teatro La Compagnia Firenze – via Cavour, 50r
Fantascienza e/o distopia
// Bugonia // The End // Lightyear: la vera storia di Buzz // The Animal Kingdom // Civil War // Dogtooth [Kynodontas] // Another End // Povere creature! [Poor things] // Amore postatomico // M3GAN // Everything Everywhere All At Once // Siccità // Nope // Penguin Highway // E noi come stronzi rimanemmo a guardare // Dune // La terra dei figli // Tenet // Il dottor Stranamore // AD ASTRA // Brightburn // Jurassic World Il Regno distrutto // 2001: Odissea nello spazio // Tito e gli alieni // L’isola dei cani // La forma dell’acqua //
Teatro
// The End // Romeo è Giulietta // Sanctuary (impianto teatrale) // Educazione Fisica (da “La palestra” di Giorgio Scianna) // The Whale (dall’omonima pièce teatrale) // Anton Cechov (Il gabbiano) // Grazie ragazzi (S. Beckett: Aspettando Godot) // La Stranezza (Luigi Pirandello: Sei personaggi in cerca d’autore) // Drive my car (Anton Cechov: Zio Vanja) // Il sindaco del rione Sanità (Il teatro di Eduardo) // Conversazione su Tiresia (Andrea Camilleri) // Favola (dalla commedia di Filippo Timi) // The Party (impianto teatrale) //
“The End”, regia di Joshua Oppenheimer.
È successo davvero (luglio 2025): un padre porta i quattro figli su una spiaggia libera per dare loro un po’ di vacanza. Dopo il bagno l’uomo si mette a riposare sotto l’ombrellone, si addormenta. I ragazzi giocano con la sabbia, scavano una buca. I più piccoli si allontanano per comprare il gelato, il maggiore si stende nella buca. La sabbia frana e seppellisce il ragazzo. Il padre lo trova morto.
È successo davvero, nell’estate 2025, su una spiaggia.
C’è cattiveria in questo destino: distrutti un ragazzo, il padre, i fratelli, la madre, che ha preparato la merenda per quattro figli e ne vede tornare tre.
Dicono che c’è un dio. Chiunque sarebbe intervenuto, se avesse potuto, per impedire questa disgrazia. Quel dio, se c’è, si è girato da un’altra parte.
Il nostro destino è infame e forse per questo l’umanità sembra sempre sull’orlo del suicidio.
Nel film il suicidio è avvenuto, sotto forma di una catastrofe ecologica.
Per sfuggire alla distruzione, per salvarsi dal disastro, alcuni superstiti si sono rifugiati in un bunker costruito all’interno di una miniera di sale, nelle profondità della terra.
Un ingegnere che si occupava di produzione e sfruttamento dell’energia, corresponsabile del disastro, è riuscito a costruire il bunker autosufficiente e, dopo la catastrofe, vi si è rifugiato insieme alla famiglia.
Il gruppo è costituito da “Padre” (Michael Shannon), “Madre” (Tilda Swinton) e “Figlio” (George MacKay), ormai adulto (ha una ventina d’anni), nato quando erano nel rifugio.
Non hanno nomi: anche tra loro si chiamano Padre, Madre, Figlio.
Ci sono inoltre: l’Amica (Bronagh Gallagher), il Dottore (Lennie James), il Maggiordomo (Tim McInnerny).
Figlio non ha conosciuto altro ambiente, non ha mai visto il cielo e il mare, se non in fotografia, nei quadri appesi alle pareti, nei video conservati della vita precedente. Gli altri rifugiati hanno anche i ricordi: la fuga dopo la catastrofe, le scelte drammatiche che hanno dovuto fare nei primi anni per impedire agli estranei di entrare nel rifugio. Gli estranei sono un pericolo per la comunità. Persino ai membri della famiglia originale di Madre fu impedito di salvarsi nel bunker. Furono abbandonati nel disastro climatico, nella fame, nella lotta per sopravvivere.
I rifugiati continuamente si esercitano a usare la pistola. Padre racconta a Figlio che all’inizio arrivavano estranei con atteggiamento fintamente amichevole, poi diventavano minacciosi. Uno dei rifugiati, il Maggiordomo, fu attinto da un colpo di pistola; si salvò perché il colpo penetrò nel grasso e uscì dall’altra parte.
Al momento del rimorso sarà Padre a rinfacciare a Madre: fosti tu stessa a non voler salvare la tua famiglia.
I rifugiati controllano ogni giorno la lunga, alta galleria scavata nel sale, all’ingresso del rifugio.
L’Amica ha un segreto.
Figlio prova tenerezza nei confronti di questa donna. Di notte, quando non riesce a dormire, la cerca, va nella sua stanza, si fa coccolare. La donna gli accarezza la testa, gli racconta la sua sofferenza per avere perso, prima della catastrofe, Tom, un figlio malato. Figlio cerca la tenerezza che non trova in Madre, una donna algida che vive nel ricordo di quando era ballerina al Bolscioi. A volte capita che il Dottore, il medico che vive con loro e dà le pillole contro la depressione e l’insonnia, entrando nella stanza della donna di notte e trovando il ragazzo, sia preso dalla gelosia, una gelosia assurda, perché Figlio sembra privo di spinte sessuali: sembra un bambino di venti anni.
Vivendo da sempre in quel modo, a contatto ogni momento con gli stessi adulti, non ha avuto le occasioni e gli stimoli per sviluppare le normali spinte sessuali della sua età. Trascorre il tempo costruendo modellini con i quali riproduce gli eventi storici accaduti sulla Terra prima della catastrofe. Oppure è impegnato, come gli altri, in esercitazioni per imparare a intervenire in situazioni di emergenza, per esempio nel caso nel rifugio scoppi un incendio.
Figlio ha un rapporto affettuoso con l’Amica, una donna molto più grande di lui; lei gli racconta che il passato glorioso di ballerina al Bolscioi è solo nella fantasia di Madre, è una invenzione a cui è affezionata. Madre viene a saperlo, teme di essere presa in giro e si vendica raccontando a Figlio la sorte toccata a Tom, il figlio dell’amica. Era un ragazzo tossicodipendente, ingestibile, lei era alcolizzata. Non vollero, lei compresa, salvare Tom. Lo abbandonarono.
I rifugiati vanno avanti da venticinque anni cercando di dimenticare i rimorsi, salvo rinfacciarseli a vicenda quando monta la tensione.
Il maggiordomo sembra omosessuale, forse è innamorato di Padre, disprezzato da lui; è un factotum e conduce una vita servile, solitaria.
Dunque, riassumendo, i personaggi sono sei: Padre, Madre, Figlio, l’Amica, il Dottore, il Maggiordomo. Sei come i personaggi di Pirandello.
Il dramma ha una struttura teatrale; il palcoscenico è costituito dai vari ambienti del rifugio, sempre gli stessi: soggiorno con i quadri alle pareti, studio del figlio, dove costruisce i modellini degli eventi storici, studio del padre, stanza da letto dei genitori, stanza da letto dell’amica, stanza piccola per gli eventuali ospiti (non sono previsti, ma vedremo che una ci sarà), studio del medico, laboratorio con gli acquari e le serre, piscina.
Poi c’è, incombente, la lunga e alta galleria di sale, con un cancello che segna l’ingresso del bunker; la galleria dà su uno spazio indefinito e, lontano lontano, sopra sopra (siamo sotto terra) immaginiamo che porti all’esterno, alla superficie della Terra inospitale, nemica della vita, dove gli uomini rimasti, gli estranei, combattono la battaglia quotidiana per procurarsi cibo, acqua, un riparo.
Un vento scuote periodicamente l’immobilità della galleria, prodotto dalle condutture che prelevano l’aria all’esterno e la conducono nelle profondità della Terra, dov’è alloggiato il bunker.
Cibo e acqua sono sufficienti per i rifugiati. Hanno gli acquari, le serre, riescono addirittura a produrre un vino aspro, ricco di tannino.
Sfogliano gli album delle fotografie, si mascherano per Hallowen, fanno piccole feste per Capodanno; ciascuno si è ritagliato un piccolo mondo nel quale passa il tempo, perduto nei sogni, nei rimorsi, nelle fissazioni, nelle regole; si raccontano, come in un musical hollywoodiano, che la famiglia è il rifugio protettivo dal mondo esterno.
Madre è appassionata del bello, ama i fiori ed è riuscita a salvare quadri importanti che sono appesi alle pareti del bunker. Si vedono famosi quadri impressionisti.
Se una piccola scalfittura su un quadro o su una parete viene ignorata, dice Madre, è l’inizio della fine. Per lei è importante fare attenzione a ogni dettaglio; i quadri sono spostati in continuazione in base alle sue “sensazioni”.
Madre è una donna alta, magra, fornita di una pettinatura da signora borghese. Conoscendo il volto di Tilda Swinton, la capigliatura dell’attrice, non possiamo fare a meno di pensare alla parrucca e al vero volto, duro, mascolino, del personaggio. Continuamente, sotto quella parrucca, scorgiamo l’aggressività nascosta, mascherata, pronta a esplodere.
Padre trascorre molte ore insieme a Figlio per raccontargli la sua biografia, ricavata anche leggendo i ritagli di giornale, che Figlio traduce in un libro. Padre vuole lasciare ai posteri un racconto delle sue scelte che lo salvi da una condanna postuma. I posteri potrebbero ritenerlo corresponsabile della catastrofe.
La rappresentazione realistica della vita di questo gruppo di sopravvissuti è resa ancora più realistica – può sembrare strano ma è così – dalie parentesi in cui il film diventa musical (fondamentale accedere alla versione in lingua originale per poter apprezzare questo aspetto). Movimenti di danza e parole accompagnate da una melodia consentono ai personaggi di comunicare pensieri che sarebbero inesprimibili con le convenzioni presenti in una normale conversazione; con il canto e il ballo esprimono i sentimenti più profondi.
Il regista, importante documentarista, ha grande abilità nel gestire con naturalezza i passaggi dal realismo al musical e viceversa.
Accade che nella galleria scoprano una ragazza addormentata (Moses Ingram).
La risvegliano, la soccorrono (non vedono un altro essere umano da venti anni), decidono di cacciarla per rispettare la regola che hanno stabilito quando si sono rifugiati e hanno dovuto respingere estranei che volevano condividere il bunker.
Cercano di spingere la ragazza fuori con la forza.
La ragazza si difende, sfugge alla presa, attraversa il cancello lasciato aperto che separa la galleria dalla casa, corre nel bunker. Non hanno il coraggio di ammazzarla. Rinunciano a mandarla via.
La accettano (lei è guardinga e impaurita), la fanno partecipare alla loro tavola. Le insegnano le regole, i doveri della piccola comunità: imparare a sparare, nuotare, intervenire in caso di emergenza.
Madre è severa quando la ragazza stenta a imparare alla perfezione le regole.
L’amicizia con Figlio, un giovane che non ha mai avuto un rapporto con una persona della sua età, si trasforma in amore.
La ragazza gli racconta il suo rimorso. Era in fuga con la famiglia, avevano difficoltà ad attraversare il fiume, lei è riuscita ad attraversarlo e li ha abbandonati. Poi ha raggiunto l’ingresso della miniera e il bunker, dove è stata scoperta.
Il rimorso è il sentimento dominante tra i sopravvissuti: il rimorso di essersi salvati abbandonando gli altri. Tutti hanno rimorsi, tranne Figlio, nato e vissuto sempre in quella condizione, duro nel giudicare gli altri, come sono duri quelli che non hanno rimorsi.
Quando Madre gli racconta il segreto di Amica, la signora a cui voleva bene, Figlio le rifiuta la tenerezza e il perdono.
Disperata, Amica si suicida con le pillole antidepressive fornite dal dottore.
Forse da questo momento anche Figlio proverà rimorso, il sentimento che domina gli altri superstiti, che domina noi superstiti della fine del mondo che continuamente si verifica intorno a noi (segni continui di disastri: guerre, caldo eccessivo alternato ad alluvioni, migranti abbandonati in un mare pieno di residui di plastica, bambini fatti saltare in aria e, non ultimo, un ragazzo seppellito sotto la sabbia in un pomeriggio estivo su una spiaggia detta libera perché gratuita e priva di servizi e di un bagnino in grado di intervenire per evitare tragedie).
Il film rappresenta la condizione in cui ci troviamo tutti, portata all’estremo.
Finisce con una visione di futuro: i due giovani hanno avuto un figlio; lo crescono nel bunker insieme ai nonni.
A me viene da chiedermi: veramente conviene a quel bambino essere nato?
