
27 ottobre 2025 h 17.00
Cinema Principe Firenze – Viale Giacomo Matteotti
Altri film del regista: // Povere creature! [Poor things] (2023) // The Favourite [La Favorita] (2018) // The Killing of a Sacred Deer [Il Sacrificio del Cervo Sacro] (2018) // Dogtooth [Kynodontas] (2009) //
Fantascienza e/o distopia
// Bugonia // The End // Lightyear: la vera storia di Buzz // The Animal Kingdom // Civil War // Dogtooth [Kynodontas] // Another End // Povere creature! [Poor things] // Amore postatomico // M3GAN // Everything Everywhere All At Once // Siccità // Nope // Penguin Highway // E noi come stronzi rimanemmo a guardare // Dune // La terra dei figli // Tenet // Il dottor Stranamore // AD ASTRA // Brightburn // Jurassic World Il Regno distrutto // 2001: Odissea nello spazio // Tito e gli alieni // L’isola dei cani // La forma dell’acqua //
La malattia (“Tu sì ‘na malatia/ Ca mə passa si tu stai cu me“)
// Amore tossico // Bugonia // Nonostante // L’invenzione della neve (malattia mentale) // The father (Alzheimer) // Zona arancione (pandemia) // Zona rossa (pandemia) // Ci risiamo! (pandemia) // Dopo la liberazione provvisoria (pandemia) // L’illogica allegria (pandemia) // La mascherina (pandemia) // Tutto il mio folle amore (autismo) // La linea verticale (cancro) // Arrivederci professore // Dolor y gloria // Domani è un altro giorno // Don’t worry // Quanto basta (autismo) // The party //
“Bugonia”, regia di Yorgos Lanthimos.
È diviso in due parti.
Nella prima parte è descritta con precisione una forma di follia che si va sempre più diffondendo, di cui abbiamo avuto esempi importanti nel corso della pandemia: il complottismo pseudoscientifico.
Internet e gli altri mezzi di comunicazione contribuiscono a diffondere teorie prive di qualunque, anche minima, base scientifica.
Nel confronto televisivo tra uno scienziato e un guru spesso il primo risulta meno convincente del secondo, perché non dà spiegazioni semplicistiche di fenomeni complicati.
La scienza richiede esperimenti condotti seguendo criteri rigorosi, il confronto attraverso istituti che eseguono le verifiche, la pubblicazione degli studi su riviste autorevoli.
Se non si è in grado di fare la cernita dei titoli di chi parla, meglio stare zitti e affidarsi, in mancanza d’altro, alle istituzioni riconosciute.
Gente sprovvista di minimi mezzi culturali va su internet e trova la conferma delle più strane teorie, ci crede fino in fondo, con fede assoluta, come i talebani credono ai versetti che imparano a memoria.
Per farsi strada nella confusione delle false notizie possono essere di aiuto le istituzioni. Non sempre, se i guardiani delle istituzioni sono a loro volta confusi. In questi giorni (22 ottobre 2025) l’antiscienza è entrata in Senato con un convegno patrocinato dal vicepresidente Gian Marco Centinaio in cui si attribuiva a un grande scienziato scomparso la cosiddetta “macchina di Maiorana”, un congegno in grado di trasformare il polistirolo in oro, la sabbia in grano, di determinare il ringiovanimento degli uomini e dei cani.
Proprio così. Questo si è detto in quel convegno, non con l’atteggiamento di chi racconta una barzelletta ma affermando di essere testimoni dei fenomeni raccontati.
In un paese serio chi ha reso possibile l’incontro (non in un posto qualsiasi ma nel Senato della Repubblica) sarebbe cacciato dal suo stesso partito. Ma non siamo in un paese serio. Che tristezza!
Torniamo al film.
Tre personaggi principali:
1 un folle sadico che si è autoconvinto di una teoria pseudoscientifica;
2 un povero ragazzo intrappolato dal cugino in una dipendenza totale: fa pena in tutto il film, qualunque cosa faccia o dica e ha lo sguardo identico a “Palla di lardo” (“Full Metal Jacket”);
3 una donna d’affari, CEO di una importante multinazionale farmaceutica, vincente perché capace di affrontare la realtà anche quando è in condizioni difficili, quasi impossibili. È ammirevole come la donna riesca a modificare il proprio atteggiamento per intervenire sulla psicologia del folle (l’altro non osa neanche guardarla). Resasi conto della situazione, non si abbatte, reagisce e gioca le poche carte che ha in mano.
Se il film si fermasse alla prima parte si sprecherebbero espressioni come “ben girato”, “ben interpretato”, dimostra la grande capacità tecnica del regista.
La cosa più difficile è la chiusura. Tutti sono buoni a rappresentare le premesse (non tutti, molti), ad avviare un racconto. Difficile è chiuderlo. Se si sbaglia la chiusura va tutto in rovina.
Il produttore di “Il Sorpasso” premeva per un finale sereno (i due amici vanno in macchina verso nuove esperienze). Per fortuna non l’ebbe vinta: il regista riuscì a imporre la scena drammatica che scava nell’ottimismo di facciata di quell’Italia, con lo sguardo, più che addolorato, stupito di Bruno (Vittorio Gassman) quando risponde al poliziotto della stradale «Si chiamava Roberto … il cognome non lo so … l’ho conosciuto ieri mattina».
Il penultimo giorno di lavorazione Mario Cecchi Gori e Dino Risi avevano fatto una scommessa: se domani è bel tempo giriamo la scena dell’incidente, se è cattivo tempo ci fermiamo qua. Per fortuna Giove Pluvio si intendeva di cinema più di Mario Cecchi Gori. Si può tranquillamente affermare che senza quel finale il film non sarebbe il capolavoro che conosciamo, sarebbe una delle tante divertenti “commedie all’italiana” realizzate in quel periodo.
La seconda parte di “Bugonia” inizia con la prigioniera azzoppata ma capace di camminare a lungo e sempre meglio, di correre addirittura, come se la rotula non le fosse stata spostata con un colpo secco inferto con la canna del fucile.
Continua con la morte della madre del folle, un personaggio che appare solo per farsi iniettare liquido refrigerante attraverso una fleboclisi (nessuna protezione dell’inferma, degente in casa e non in ospedale, nonostante le gravi condizioni).
Finisce con l’apparizione degli alieni provenienti da Andromeda seduti in fila nell’astronave. Sembrano i barbari nei film comici di un tempo. C’è uno che ricorda Abatantuono e ci aspettiamo che cominci a urlare “Viulenza!”.
Il problema è che Lanthimos non deve solo organizzare il finale: vuole mandare un messaggio. Il messaggio è semplice: l’homo sapiens sta andando verso l’autodistruzione definitiva.
La fine del mondo è una noiosa sequenza di cadaveri.
Ma se la fine è così vicina, e avverrà per l’intervento degli andromedani, tanto vale rassegnarsi, non si può fare nulla.
Quindi il messaggio è antiecologico. È come se il regista dicesse: vediamocene bene finché dura, ci penseranno gli alieni a chiudere la partita.
A proposito: non si capisce per quale motivo i buffi viaggiatori provenienti dalle profondità dello spazio diano tanta importanza all’eclissi di luna. In fondo si tratta solo di un fenomeno visivo che si apprezza, ogni tanto, dal nostro pianeta. È una coincidenza, nulla di più. La luna, rispetto alla provenienza degli andromedani, si trova dietro l’angolo.
È un po’ che Yorgos Lanthimos si occupa di strana scienza (più che di fantascienza, che è una cosa seria); speriamo non prenda spunto, per il prossimo film, dalla “macchina di Maiorana”, che offende la memoria del nostro grande fisico scomparso negli anni trenta.
Rivediamo un film che assomiglia a “Bugonia” e ha un finale più coerente.
“Povere creature!” (2023).
Titolo originale: “Poor things”, come dicono gli inglesi: nel senso di: poverini! Povere creature create da un poveruomo!
Fanno pena (fanno anche ridere) i mostri mezzo pollo e mezzo maiale, i cani con il collo e la testa di oca, realizzati da un chirurgo, il dottor Godwin Baxter, che ha la faccia deforme, tagliuzzata dal padre, anch’egli chirurgo, in nome della scienza. No. In questo film la chirurgia è macelleria e sadismo, ed è antiscienza.
Ripeto: non fantascienza ma antiscienza.
La fantascienza è una cosa seria, si basa su teorie non dimostrate o portate a conseguenze non previste; ma le affermazioni scientifiche devono essere rigorose, anche se non sono sperimentalmente verificate. Un essere metà cane e metà oca non è mai entrato in una ipotesi scientifica, come la trasformazione della sabbia in grano. Non è fantascienza, è favola per i bambini, come il burattino di legno con il naso lungo che ricresce. Con una differenza: Pinocchio si giustifica da sé in quanto si trova in un capolavoro della letteratura (spesso rovinato dalle trasposizioni cinematografiche), i mostri presenti in questo film sono solo grotteschi.
Il povero Godwin Baxter emette bolle digestive quando mangia perché non ha più le ghiandole gastriche, eliminate dal padre per verificare se sono necessarie per la digestione. Risultato dell’esperimento: sono necessarie.
Il disgraziato ha i pollici deformati, sempre dal padre grande chirurgo, per verificare se le dita possono avere un altro verso.
Il caro genitore lo ha reso eunuco, naturalmente in nome della (anti)scienza.
Notiamo che negli ultimi film di Lanthimos la spinta sessuale viene eliminata volontariamente, come fosse un fastidio, un ostacolo allo sviluppo di sé; anche i due folli cugini di “Bugonia” si sono castrati chimicamente.
La colpa del dottor Baxter è la sua obbedienza, la sua sottomissione al patriarcato: non si è ribellato, non ha simbolicamente ucciso il padre, ha accettato la sua eredità malata. Grave colpa!
Sono malati, vittime e artefici della propria malattia, gli uomini che detengono il potere nella società vittoriana (non solo), attenta alla buona educazione e alla rigorosa separazione delle classi sociali. Se non hai i mezzi puoi ambire a fare l’assistente schiavo del grande professore di anatomia: il personaggio dell’assistente, Max, è meno autonomo di Igor, o Aigor, nel film di Mel Brooks (il paragone ha senso in quanto praticamente sono due film comici).
Al servizio del chirurgo c’è una donna, la governante identica a quella che in Frankenstein Junior faceva nitrire i cavalli per lo spavento – bastava nominarla e i cavalli s’imbizzarrivano. Sottomessa, come la tenutaria del bordello parigino acquiescente ai desideri e ai vizi infantili dei maschi. Decisamente, l’obbedienza è uno dei temi portanti di questo film: l’unica a ribellarsi a tutti gli uomini che incontra è Bella, fino al contrappasso conclusivo.
I maschi sono tiranni o assistenti di tiranni. Le femmine sono vittime o kapò.
Ci sono eccezioni, sia per gli uni che per le altre. La prostituta africana è impegnata nel movimento socialista, la nobildonna intellettuale sulla sedia a rotelle ha libertà di pensiero e di azione, garantita dal denaro; è accompagnata dal giovane filosofo cinico che conosce per esperienza diretta l’ingiustizia della società creata dagli uomini (è un nero) ma non crede alla possibilità di opporsi, di combattere per eliminarla. Gli sfugge il potenziale rivoluzionario della creatura che ha di fronte.
Gli scienziati pazzi impazziscono con la pseudoscienza, che confondono con la tecnica.
Mettono insieme pezzi di cadavere per costruire un uomo vivo (dottor Frankenstein): sembra chissacché, in realtà è l’idea banale del puzzle («Si … può … fare!»).
Oppure inventano un procedimento chimico per separare il bene dal male (dottor Jekyll e Mr Hyde); il loro operare consiste unicamente nella separazione e ricomposizione, si illudono di creare.
Continuando di questo passo a separare gli elementi e rimetterli insieme in un altro modo siamo arrivati al razzismo, agli esperimenti di Mengele (dottor morte) e degli altri pazzi nei lager nazisti: la tecnica al servizio di pulsioni distruttive incontrollate.
Il povero dottor Baxter si accontenta di mettere un vivo dentro a un morto. Tecnicamente non ha creato nulla, come nulla creano i chirurghi che trapiantano un organo da un morto a un vivo. L’esperimento del dottor Baxter si potrebbe definire trapianto invertito.
Ha trasferito il cervello vivo del feto estratto con un taglio cesareo dalla pancia di una donna morta per annegamento nella scatola cranica della donna; ha sostituito il cervello morto della donna con il cervello vivo del feto. Il corpo ha ripreso vita. Ma a chi appartiene? Che cosa siamo noi se non il cervello che dirige pensieri, azioni, ricordi?
Il dottor Baxter, come tutti gli scienziati pazzi, ama scombinare il puzzle e rimettere insieme i pezzi in un altro modo: prima o poi costruirà un essere umano che ha gli organi sessuali sulla testa e gli occhi sulla punta dei piedi.
Non sarà creazione: sarà il gioco di un uomo di potere che utilizza la tecnica chirurgica per liberare la spinta sessuale eliminata dagli organi della riproduzione ma presente nel cervello, che se ne libera trasformandola in impulsi sadici.
Altri uomini, che occupano ruoli chiave nella ricca borghesia (bottegai, impiegati, professionisti) sfogano sulle donne nei bordelli le loro perversioni infantili che chiamano sesso; le costringono, con la complicità della kapò, a subire per denaro il loro puzzo e il loro sciocco dimenarsi.
Non hanno idea di ciò che il sesso può dare all’uomo e alla donna se partecipano liberamente al gioco.
Solo il libertino e Bella Baxter (l’esperimento del dottor Godwin Baxter), liberi entrambi dalle convenzioni sociali, riescono a godere pienamente del sesso.
Però la donna è completamente libera – il suo cervello non ha subito condizionamenti – mentre il libertino è piegato e distrutto dal desiderio di possesso.
La gelosia: un’altra caratteristica del mondo costruito dagli uomini, un’altra malattia da loro inventata, di cui loro stessi sono vittime se incontrano una donna veramente libera.
Un film femminista, che mostra con uno sghignazzo tutta la miseria della società patriarcale, guerriera, costruita dai maschi sul principio del dominio da esercitare su tutti: donne, altri maschi, altri popoli, natura, l’intero pianeta.
Nell’ultimo film questa spinta al dominio è estesa a tutto il genere umano, uomini e donne, e associata a una “cattiveria” che si trasmette con i geni e porta all’autodistruzione (se non si verificasse, ci penserebbero gli alieni).
“Povere creature!” è anche un film divertente, per alcuni aspetti è un film comico: in particolare la comicità si trova nel modo di parlare della protagonista che gradualmente s’impossessa della lingua; il cambio di registro, pieno di doppi sensi, si sente anche nella versione doppiata, ma qualcosa viene sacrificato. “Bugonia”, invece, non è per niente divertente; è un dramma continuo e, nel finale, mal riuscito.
